Cavaliere Mezzi col cuore in Libia

by -
0 628

Il cavaliere Cesario Mezzi al centro tra Vittorio (anche lui cavaliere) e Mario Pisanello, che ha promosso il riconoscimento a Mezzi.

Sannicola vanta di un nuovo cavaliere della Repubblica: Cesario Mezzi, 92 anni portati benissimo. «Quando vedo le immagini che arrivano dalla Libia nei telegiornali – racconta –  ricordo il tempo passato a combattere a Giarabub e gli anni della prigionia. In tutti questi anni sembrava che la guerra non sarebbe tornata più, invece eccola lì, negli stessi luoghi. Che Dio non voglia che ai giovani oggi lì accada quello che accadde a noi, giovani, in quei luoghi».

Mario Pisanello ha voluto che la storia di Cesario emergesse: «Ne parlavo con mio fratello Vittorio, ispettore di polizia in pensione, anche lui cavaliere della Repubblica e ho pensato di fare la segnalazione al prefetto». Vittorio Pisanello, vive tra Sannicola e Bolzano dove ha vissuto e lavorato e ora ha i figli e i ricordi: «Il comandante Castagna dell’oasi di Giarabub, mio superiore, parlava spesso dei fatti di quegli anni in Africa. Questo riconoscimento è importante perché la Patria che non onora i suoi eroi, presto non avrà eroi da onorare».

L’oasi di Giarabub, a 200 chilometri dalla costa era l’avamposto italiano che non cedette per 6 mesi alla potenza d’impatto dell’esercito inglese che aveva conquistato tutta la regione.

«Quando giungemmo nell’oasi – continua Mezzi – la bandiera inglese sventolava in cima a una torre. Non avevamo scale per salire e ammainarla per sostituirla con quella italiana. Così chiesi al comandante di farmi dare delle baionette, otto, e le infilzai nel muro usandole come scale per salire issare la nostra bandiera. Serviva a farci sentire al sicuro, anche se non lo eravamo. Era un paio di tumalate, un po’ più di un ettaro: intorno il nulla. Ci rifornivano con gli aerei». Con lui, nella stessa guarnigione, altri due sannicolesi: Salvatore Scorrano e Marcello Calò, ormai defunti.

«Dopo la disfatta ripiegammo all’oasi di Gialo. Sabbia, campi minati, pochi rifornimenti. Restammo isolati, dimenticati nel deserto per due anni. Ho la croce di guerra e la medaglia di bronzo per l’abbattimento di un aereo inglese che, facendo una perlustrazione, si avvicinò alla nostra torretta e potemmo abbatterlo con un mitragliatore».

Racconta anche i dettagli.  «Poi ci presero prigionieri. Nella stiva della nave Urano ci trasportarono a New York, ma non ci fecero attraccare. Faceva freddissimo e il cielo era sempre invaso di nebbia. Restammo lì 2 mesi quasi nudi e divorati dagli insetti – continua il cavaliere Mezzi -. Ci riportarono in Inghilterra e ci spostarono per vari campi. Il campo 115 era in campagna. Da lì ci venivano a prendere alle 5 del mattino in camion per portarci nelle farm, masserie, a lavorare. Nella masseria si mangiava, anche carne: c’erano tante lepri selvatiche e galline. Il campo  9 stava, invece, vicino Londra. Subito dopo i bombardamenti tedeschi bisognava tirar fuori i feriti e i cadaveri dalle macerie. Sono tornato in Italia nel 1947».

Maria Cristina Talà

SIMILAR ARTICLES

Commenta la notizia!