Dove sono finiti i “caddhuzzi”e le “pupe”?

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Gallipoli, la processione della Desolata rientra nel borgo tra due file di fedeli

Simu Salentini. Il rischio è che coll’incedere dei tempi anche alcune tradizioni vadano perdute. Specialmente quelle legate ai riti e manifestazioni di culto della Pasqua.

Per antica tradizione, la famiglia Ravenna, nobile casato gallipolino, godeva del  privilegio di effettuare la vestizione dalla statua dell’Addolorata nella cappella privata del palazzo. È da oltre trent’anni che la statua della Vergine non viene più vestita dalla famiglia Ravenna. Ormai i famigliari discendenti non abitano più a Gallipoli.

Il pomeriggio del mercoledì prima dell’inizio della “Settena”, il simulacro veniva condotto sul palazzo, situato di fronte alla chiesa. A sera, con la dovuta devozione, la statua veniva accompagnata in chiesa al suono della tromba e al rullare del tamburo e con grande partecipazione dei fedeli.

Oggi la Confraternita, sempre il mercoledì pomeriggio, continua la tradizione, ma il rito della vestizione viene eseguito in sagrestia dalle consorelle e dalle devote. Mentre immancabile è il suono della tromba e del tamburo.   .

Tra i riti della settimana santa e fino al 1956, la Confraternita degli Angeli organizzava la processione della visita ai Sepolcri con il Cristo morto e la statua della Addolorata. Questo rito aveva avuto inizio il 29 marzo 1866 e aveva luogo il Venerdì santo. Poi nel 1946, per ordine del vescovo Nicola Margiotta, fu spostata al Giovedì santo.

Alla Madonna era dedicata, da parte delle donne la recita di mille ”Ave Maria”. Un’abitudine rispettata con devozione e di cui si ha memoria anche in un detto popolare: nel momento del bisogno è sempre pronta la richiesta “Madonna mia famme la grazia, pe quidde “Ave Marie ca te tissi”. Non solo mille “Ave Maria” ma anche manifestazioni esterne di devozione alla Madonna. Alcune donne, infatti, negli anni scorsi, seguivano  il simulacro della Vergine a piedi scalzi.

Insieme ad alcuni riti religiosi sono scomparsi anche alcuni piatti tradizionali del periodo pasquale. Sparito dalla tavola, nel giorno di Pasqua “lu benatittu”: un piatto beneaugurante che il parroco, dopo aver benedetto, faceva recapitare dal sacrestano nelle famiglie della parrocchia. Era preparato con uovo sodo, un finocchio, un’arancia ed una pagnotta di pane a forma di pace

Anticamente al posto dell’uovo sodo si preparava l’agnello, la cicoria al posto del finocchio ed il pane era azzimo. In casa poi veniva conservato un pezzo di quel pane benedetto e nel caso di tempeste lo si gettava in mare per farlo calmare.

Che dire poi delle canne, che opportunamente lavorate, servivano alle massaie gallipoline per confezionare con pasta frolla le “pupe” per le bambine e i “caddhuzzi” per i maschietti? Oggi le canne non servono più, “le pupe” non ne hanno più bisogno.

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