Le parole che abbiamo dentro

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A chi non viene per la prima volta, a chi torna, gli occhi e le orecchie si riempiono, senza resistenza alcuna, di antico. Le radici sanno di passato, gli scorci rimandano a prima, le vibrazioni ricreano lontane emozioni.

La musica della banda, la forma delle strade, l’odore di cucinato, i bambini nella villetta, la luminosità del cielo, il profumo di una donna svanita, i compagni di una volta, l’andamento degli accenti e delle parole.

Quanta strada, metaforica questa volta ed elettronica, hanno fatto le nostre parole. Da oggetto di vergogna e di rimproveri – “parla in italiano!” – a filo rosso di una immagine ormai a tutto tondo, impreziosita dalle arti cinematografiche, dai protagonisti canori, dalle prestazioni teatrali, dalle composizioni letterarie, di una letteratura altra, sempre esistita ma nascosta, coperta per bene, per evitare gli sghignazzi dei signori. Ci voleva un bicchiere di vino, magari due, e quel passo di danza prorompeva… Ora non più, ora è tutto alla luce del sole, tra flash ed applausi, apprezzamenti e riconoscimenti. Quanta strada è stata fatta.

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