Voci della scuola/ Fuori dal quotidiano, essere pronto ma anche spaventato del futuro: da Maglie il diario di Matteo

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Eravamo immersi nella nostra quotidianità: sveglia presto, pullman, scuola, pullman, casa, compiti. Probabilmente eravamo anche un po’ stanchi di questo, d’altronde se sei al quinto anno di scuola superiore inizi a sentire la fine vicina, si apre l’orizzonte dell’università, del lavoro ed inizi ad avere una gran voglia di cose nuove, di una routine nuova, inizi a sentirti sempre più pronto e allo stesso tempo spaventato dal futuro. E nel frattempo fai i conti con la scuola.

I giorni passano, il traguardo della maturità si avvicina e capisci sempre di più che, in realtà, quel traguardo che hai sempre visto come qualcosa di lontano, quasi come non ti dovesse mai toccare, sta arrivando ed inizia ad apparire sempre più come un punto di partenza e non come uno di arrivo. Questi erano i nostri pensieri, la nostra quotidianità, prima che arrivasse un nemico invisibile a scombussolarci i piani.

Il nemico invisibile è ovviamente il virus che tutto il mondo ormai conosce da mesi e ci ha obbligato a riorganizzare la nostra vita, le nostre priorità. Eravamo stanchi della nostra routine e il virus ce l’ha cambiata. Il risultato? Siamo più stanchi di prima.

La verità è che il 4 marzo, che ormai possiamo dire essere il nostro ultimo giorno di scuola, non sapevamo cosa ci sarebbe toccato, non potevamo saperlo. In classe, è vero, il clima non era il solito, si parlava del virus e all’idea che le scuole sarebbero state chiuse, non mentiamoci, tutti eravamo piuttosto sereni. Per noi doveva essere un periodo di “vacanza”, il tempo di sanificare le aule, circoscrivere eventuali focolai per poi tornare in classe già dal 16 marzo. Il virus ci ha smentiti e giorno dopo giorno ha puntato alla nostra serenità e l’ha colpita, ci ha tolto gli amici, i familiari e la scuola stessa.

Durante quegl’ultimi giorni di scuola poi, in classe c’era un certo fermento per organizzare i famosi cento giorni alla maturità, da festeggiare il 9 marzo, l’ultimo giorno prima del lockdown. Avremmo potuto ancora festeggiarli ma non abbiamo voluto: anche con le dovute precauzioni non saremmo stati in grado di festeggiare in tutta sicurezza. Forse è stato proprio quello il momento in cui tutto ha iniziato ad avere un peso sempre più forte. Un virus invisibile ci impediva di fare quello che doveva essere qualcosa di estremamente normale: una giornata insieme a degli amici.

Abbiamo iniziato a pensare e a capire che questa situazione non sarebbe potuta passare in due settimane. Ci sarebbe voluto tempo e anche un po’ del nostro sacrificio. Tra le mura domestiche abbiamo iniziato a comprendere che la routine prima del virus forse non era così terribile, abbiamo iniziato a dare peso a tante piccole cose che davamo per scontate. Si sente sempre parlare del fatto che le piccole cose, quelle a cui nessuno presta attenzione, siano le migliori oppure che il valore di ogni cosa si percepisce realmente soltanto quando l’abbiamo persa e penso che sia vero e lo abbiamo capito ora più che mai.

Non possiamo negarlo, è uno dei limiti umani quello di percepire quanto è importante qualcosa soltanto dopo averla persa e forse è un limite che è ancora più forte nei giovani come noi, perché non possiamo vantare l’esperienza di un genitore o di un docente, ma abbiamo tante cose da fare, da sperimentare e vogliamo uscire al più presto da questa situazione.

Il nemico invisibile ci ha tolto anche il nostro viaggio d’istruzione che avremmo dovuto fare qualche settimana fa. Significava tanto per la nostra classe, doveva essere uno degli ultimi momenti che avremmo trascorso tutti insieme prima della maturità e invece la settimana del viaggio d’istruzione ha lasciato spazio ad una settimana di fine aprile vissuta in preda alle incertezze legate alle valutazioni, agli esami, alla stanchezza della quarantena e al ricordo del viaggio, ricordo che dovevamo costruire proprio in quei giorni e che ci è stato “rubato”.

Nonostante tutto questo ho sempre creduto che tutto accade per un motivo, anche gli eventi più tristi e drammatici portano sempre un insegnamento, hanno un significato. Penso che il virus ci abbia insegnato a non dare mai nulla per scontato, da una serata insieme con gli amici ad una semplice giornata di sole.

La vera maturità, a cui noi studenti di quinto siamo chiamati, forse è proprio questa: superare gli esami dopo aver vissuto una situazione del genere. E forse è anche più autentica di una maturità ottenuta in un anno “normale” perché dipenderà ancora più da noi e dalla nostra forza.

Mi sono convinto che per divertirsi e festeggiare ci sarà tempo quando tutto sarà finito, perché prima o poi passerà. Non possiamo conoscere ancora la data della fine, ma sono certo che sarà molto presto perché, in fondo, non può piovere per sempre e dopo l’inverno vengono sempre la primavera e l’estate, come ci hanno insegnato le belle stagioni vissute e le splendide che vivremo finalmente liberi.

Matteo Risolo – 5B IISS “E. Mattei” – Maglie