Un giornalista “migrante” dietro le quinte del Festival: diario di un salentino a Sanremo

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Tommaso all’Ariston

Esiste un evento in Italia che, oltre al calcio, riesce a compattare le attenzioni di un’intera comunità. E più invecchia – ha appena solcato la soglia delle 70 primavere – e più ringiovanisce nella scelta degli artisti e degli stili che l’animano, nel sano “menefreghismo” di rompere talloni d’Achille e conservatorismi tematici ormai fuori contesto storico (e umano), nell’abbattimento delle “barriere architettoniche” dei soli filtraggi televisivi al pubblico con l’inaugurazione di canali streaming accessibili a tutti.

Un fenomeno nazionalpopolare, nella sua accezione originaria gramsciana o, se preferite, in quella più attuale ironico-sarcastica. Ma come direbbe il suo ultimo vincitore, un pugliese, Diodato da Taranto, “per quanto io fugga, torno sempre a te, che fai rumore”.

Sì, il Festival di Sanremo fa rumore da sempre, “nel bene e nel male”, che è anche il titolo del testo innamorato di una promettente giovane proposta, Matteo Faustini. Lo si ama oppure lo si critica, ma nessuno, neppure chi se ne professa ateo, resta completamente indifferente al “TikiBomBom” mediatico che soffia forte da Levante verso il ponentino della riviera ligure, in un piccolo centro celebre anche per i suoi fiori, che per sette di trecentosessantacinque giorni l’anno tiene in consenziente ostaggio appassionati e non.

A 1.300 chilometri più giù, a sud-est, è facile e immediato, per chi ama la canzone italiana senza pregiudizio alcuno, costruirsi un mito attorno alla kermesse più seguita e chiacchierata in assoluto, che monopolizza gli schermi tv e dispensa, oggigiorno pure in alta definizione, immagini di bellezza legate a una città che, nel red carpet ricolmo di vip, appare perfetta, cancella per qualche ora ogni “rosso di rabbia” quotidiano e quasi ti smuove a sollevarti dal divano di casa per fantasticare di attraversarlo prima di raggiungere il Teatro Ariston e le immancabili poltroncine, ancora rosse, della sua platea plaudente, rumorosa, ma tutta d’un pezzo al cospetto di trovate sceno-coreografiche strabilianti e infinite, “come l’Eden”.

Tommaso con Alba Parietti

E se questo desiderio venisse ascoltato e questa fantasia si traducesse in realtà? Una fuga forzata da casa, doverosa e nobilitante, ma “torno sempre a te”, a Sanremo, la città del Festival e dell’Ariston. Soprattutto, la mia prima grande opportunità di lavoro, che non ha a che fare con la musica (le mie doti canore viaggiano stonato e su binari paralleli).

Ma nei primi di febbraio sanremesi è solo lei protagonista, la “musica e il resto scompare”. E fa rumore, quest’anno anche ben oltre le cinta murarie protette e invalicabili entro cui ha luogo la diretta: ormai anche Piazza Colombo, che nei restanti trecentocinquantotto giorni dell’anno rappresenta l’approdo all’autostazione dei bus, ha acquisito una risonanza tale che si è scoperta l’America col suo “Nutella stage”, centro di distribuzione di snack in quantità industriale e di affollamento di migliaia di noi appassionati che, fino al commiato ufficiale di Amadeus e Fiorello cento metri più in là, seguivamo la serata attraverso uno schermo Gigante ed eroicamente, come Pinguini Tattici Nucleari, sfidavamo le rigide temperature notturne accalorati dagli sketch di Gigi e Ross e dall’attesa trepidante dell’ospite, da Emma Marrone a Mika, da Ghali a Biagio Antonacci.

Passare da una 32 pollici a una almeno venti volte tanto, a pochi passi dal programma in mondovisione, è uno step già di per sé gratificante. I più accorti avranno notato che manca all’appello l’esibizione esterna di Gigi D’Alessio, ma il 5 febbraio scorso, in occasione della seconda serata, il destino ha fatto sì che sperimentassi concretamente la mia vecchia, utopistica, fantasiosa prospettiva immaginaria che mi vedeva sfilare sulla passerella che porta all’Ariston per assaporare la comodità privilegiata, senza mediazioni né filtri, della seduta rossa di fronte agli artisti in gara.

Tommaso con Marino Bartoletti

Pensavo fosse più semplice, credevo che avrei potuto percorrerla impettito e disinibito, ma invece no: dagli sguardi degli spettatori oltre il transennato e dai messaggi interminabili sullo smartphone che mi osannavano quasi fossi un cantante in gara, ho accumulato un dosaggio d’ansia tale che il vestito elegante – acquistato rigorosamente in saldo la mattina stessa dell’appuntamento vis à vis col Festival, “perché nell’Ariston bisogna vestirsi con una certa classe” (e il mio umile dolcevita avrebbe sfigurato) – impacciava non solo le movenze, ma anche i pensieri.

Tommaso con il leader dei Pinguini Tattici Nucleari

Poi, superati controlli e metal detector, esibito più volte il fatidico biglietto, ho preso posto al 26 in fila 19 della platea, dopo aver doverosamente immortalato un momento memorabile, un piccolo sogno. Accedere all’Ariston, durante la sua settimana di gloria, è un po’ come sbarcare su Marte: e per il riscaldamento interno che nulla ha a che vedere con l’Antartide di Piazza Colombo, e perché – in tono assolutamente pacifico e scherzoso, infatti anche i liguri sorridono e non sono poi così freddi come si dice – “tu, del sud, che sei qui da poco, vai a vedere il Festival e noi che viviamo qui da una vita non ci siamo mai stati” rimarca bene il carattere di invalicabilità delle mura protettive di cui prima.

In effetti il teatro (che in tv sembra immenso, ma realmente non lo è) appare quasi un mondo parallelo, in cui vige ordine, scansione ansimante delle tempistiche (e chi se lo scorda più Antonio che con i suoi “4/3/2 minuti di pubblicità e poi siamo in onda” ritmava le uscite verso le toilette del pubblico in sala) e, più di tutto, uno spettacolo libero e puro allo stato puro, come mancava da tempo, probabilmente.

Tommaso con Cecilia Rodriguez

Dopo cinque ore di diretta avevo fisiologici dolori ai palmi per gli applausi continui e scroscianti, ma il cuore a mille. Altro aspetto, bellissimo, da rilevare è l’aria di festa per le vie della città: corso Matteotti, via Roma, via Palazzo, piazza Bresca, via Garibaldi inondate di anime pulsanti e coinvolte da protagoniste in questa bolla magica che è il Festival.

Giornalisti e sognanti tali alla ricerca di racconti e opinioni dei presenti sulle diverse serate e sui concorrenti (un’emittente locale ha beccato anche me!), ma soprattutto passanti di ogni età curiosi di osservare da vicino i propri idoli o semplicemente, come va di moda, di accaparrarsi un selfie da postare sui social con un personaggio del mondo della musica e dello spettacolo (e poco importa se Cecilia Rodriguez sembrava la mia madrina della Cresima).

“Up con un po’ di down, silenzio rotto per un grande sound”, cantava Gabbani, rivelando la grande verità: Sanremo è la musica italiana. E viceversa.

Tommaso Stefanachi – Melissano
Corrispondente di Piazzasalento