Tutti in coda per vedere un pezzo di futuro

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fernando d'aprile
L’esempio adesso ce l’abbiamo ed è bello grosso. S’impone a prima vista da solo e guarda lontano. Da sempre. Una volta per difendersi quasi a 360 gradi e respingere con successo, grazie ad invidiabili perizie ingegneristiche, adesso per coinvolgere e attrarre a vantaggio di un intero territorio.

Sia i redattori del pregevole studio condensato nel piano delle coste di Gallipoli, che riammaglia litorali ed entroterra in un circuito virtuoso di sviluppo sostenibile e diffuso,  che i gestori del Castello di cui stiamo parlando, che si pone come polo culturale di prima grandezza, indicano in un’area vasta il contesto di base, ben oltre gli interessi della città jonica.

Da quel che abbiamo visto ad inizio cantiere a gennaio e adesso, quel maniero ha subito le violenze maggiori non dagli aggressori che in secoli lontani hanno cercato di espugnarlo, bensì dai contemporanei, per giunta ammantati sotto l’autorità riveniente dall’essere un Corpo dello Stato. Se un cittadino quasiasi  avesse fatto un centesimo di quel che – con incredibile disinvoltura – è stato fatto a quei  pavimenti, alle pareti, agli affreschi, agli ambienti, di sicuro sarebbe stato arrestato. Ma ormai è acqua passata.

Ora vogliamo vedere anche a Gallipoli le code – usuali in quel di Otranto – attirate da mostre, eventi, convegni che il resto d’Italia ci invidierà. Internazionali, nazionali e del “territorio”, appunto.