Torna in attività la mensa Caritas di Gallipoli con più bocche da sfamare ma anche più “balzelli” (leggi Iva al 22%)

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Gallipoli – Ha ripreso a funzionare nei giorni scorsi, dopo l’interruzione “forzata” dovuta all’emergenza sanitaria, la mensa della carità “San Francesco d’Assisi” di Gallipoli, presieduta e diretta da don Santo Tricarico.

I fruitori sono passati dai poco più di 20 che erano prima dell’inizio della pandemia agli oltre 30 di oggi: e i numeri sono destinati a lievitare ulteriormente, se si tengono presenti gli immigrati che come ogni estate raggiungo la città per vendere qualcosa sulle spiagge. Sino a fine giugno, a “sfamare” le bocche dei gallipolini in difficoltà, aveva provveduto (di concerto con la Caritas diocesana diretta da don Giuseppe Venneri), la mensa di Nardò, che inviava pure un proprio mezzo con i pasti già preconfezionati.

I balzelli da evitare, “come l’Iva al 22%”

Ora la mensa di Gallipoli ritorna ad essere autosufficiente, pur dovendo rispettare le limitazioni imposte dalle vigenti norme anti contagio. Anche se non manca la generosità dei cittadini e di alcuni esercenti, la situazione economica dell’ente non è delle più floride, e diventa ogni giorno sempre più pesante, con costi a volte insostenibili, anche a causa di qualche “balzello” che si potrebbe pure evitare e che grava, invece,  sul suo già scarno bilancio.

Ad elencarne qualcuno è lo stesso presidente don Santo: «Non possiamo far consumare i pasti nella nostra sede di via Micetti, perché le attuali disposizioni non ce lo consentono (a causa degli spazi ridotti), per cui siamo costretti pure noi a preconfezionare i pasti, e a consegnarli direttamente nelle buste. Al costo per l’acquisto della macchina che sigilla gli alimenti, vanno aggiunti pure i costi per l’acquisto dei contenitori di plastica e delle buste. Si deve  aggiungere poi anche l’Iva al 22%, con un costo mensile di circa 1.000 euro, che, con un po’ di buon senso, forse, i nostri governanti ci potrebbero evitare. Se noi siamo una onlus riconosciuta –prosegue il presidente don Tricarico –  che opera a scopo benefico, perché farci pagare l’Iva, e addirittura al 22% come una qualsiasi altra società, che produce e guadagna?». Una domanda, questa, che meriterebbe una risposta tanto più in tempi difficili quali quelli attuali.