“Tiggiano a memoria”: il paese si racconta nel libro di Giovanni De Francesco

423
Giovanni De Francesco

Tiggiano – Si intitola “Tiggiano a memoria. Appunti per la storia del paese” l’ultimo lavoro di Giovanni De Francesco, avvocato, impegnato sin da giovane  nella difesa del territorio e del patrimonio storico salentino.

Il libro (Grafiche Giorgiani 2020) è in continuità con gli interventi dell’autore su alcuni periodici locali e con numerose iniziative realizzate con il Centro sociale attivo dal 1985.

Il valore degli “appunti” 

Non bisogna lasciarsi ingannare dal titolo e credere che si tratti di un lavoro di poco conto: chi usa gli appunti dimostra di avere apprezzabili qualità. Prima di tutto la consapevolezza che bisogna fermare su carta quanto fa parte della memoria collettiva, oppure è sparso disordinatamente in varie fonti. L’apparente provvisorietà e frammentarietà degli appunti palesa, nel caso di De Francesco, un atto di fiducia: è un punto di partenza per chi vorrà prenderne atto, approfondire e procedere sul piano della storia organica.

Il libro ha un valore oggettivo, quello di aver colmato un vuoto nel raccontare Tiggiano: nella prefazione De Francesco scrive che al paese “risulta al momento dedicato un solo testo redatto nel 1995 sulla scorta di documenti che testimoniano la sua esistenza nel 1270”. Gli “appunti” tengono conto di tutto quello che riguarda Tiggiano, piccolo paese nel Capo di Leuca, a sud di Tricase: documenti scritti, racconti dei vecchi, segni architettonici che suggeriscono interpretazioni che l’autore invita a verificare.

Tutto il paese si snoda attraverso 200 pagine circa, arricchite da numerose foto. Si inizia da lontano, dalla preistoria, dalle varie ipotesi delle origini di Tiggiano, a partire dal nome. E poi via via attraverso i secoli con tappe importanti che si aprono a presenze diffuse nel Salento (i monaci greco-orientali) o si fermano a monumenti simbolo come la chiesa di Sant’Ippazio e il Castello.

Le sezioni dell’opera

Nella seconda parte il lavoro di De Francesco diventa più particolareggiato perché viene descritto il paese prima che alcune scelte sconsiderate ne cambiassero il volto. Scorrono davanti agli occhi strade e antiche corti definite con gli originali termini dialettali, vengono tracciati itinerari alla scoperta della parte più antica del paese, sono citati i trappeti a grotta, quelli distrutti e quelli ancora esistenti, viene registrato anche il cambio della toponomastica.

Un capitolo è dedicato alle festività, con un approfondimento sulla figura del Santo patrono, Ippazio, di cui non ci sono notizie certe, ma questo non ha certo impedito che nel giorno della festa, a gennaio, o della sua replica estiva a vantaggio degli emigranti, la gente si recasse alla fiera e partecipasse alla processione.

L’ultima parte è dedicata all’economia, povera in realtà, aggravata dal fenomeno dell’emigrazione che sarebbe potuta diventare anche un’occasione di crescita. Ma De Francesco sembra non crederci se conclude così: “Gli emigranti e gli studenti fuorisede potevano (e possono) essere veicoli di trasmissione di conoscenza e di esperienze provenienti dai vari luoghi di vita. In tal modo la diaspora sarebbe stata fonte di ricchezza culturale che avrebbe rotto l’emarginazione e l’isolamento di questa terra, diversamente condannata alla prosecuzione dell’immobilismo della sua storia”. L’uso del condizionale la dice lunga.