Servizio rifiuti e operai licenziati: incontro a Taviano. La Gial Plast: “Tocca all’autorità giudiziaria pronunciarsi sul reintegro”

Tra gli espulsi dal lavoro, che non mollano, trapela intanto qualche distinguo

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Taviano – “Ad oggi la Gial Plast srl è spottoposta ad un controllo giudiziario da parte del Tribunale penale di Lecce, pertanto ogni istanza può essere presentata al datore di lavoro, ma dovrà passare necessariamente al vaglio dell’Amministrazione giudiziaria”: questo è scritto nel verbale dell’incontro di questa mattina tra i sindacati della confederazione cobas e la delegata rappresentante della società”.

Nel documento finale sottoscritto dalle parti che però restano molto lontane tra di loro, c’è anche ribadito che la società tavianese “ha ritenuto opportuno procedere nei termini e nelle modalità seguite”, vale a dire sospensione e poi licenziamento di circa trenta addetti, di cui una decina di Gallipoli ed Alezio.

Di reintegrare i dipendenti esclusi dal processo lavorativo, quindi, non se ne parla ancora, nonostante “gli organi statutari della società siano stati riabilitati a svolgere l’ordinaria e la straordinaria amministrazione” dal Tribunale di Lecce che ha sospeso l’interdittiva antimafia di provenienza prefittizia, come rimarcato dai rappresentanti sindacali. E nonostante i lavoratori colpiti dal drastico provvedimento siano passati di società in società nel corso degli anni senza alcun problema, anzi per certificati obblighi contrattuali espliciti.

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Questi ed altri gli argomenti, già noti per la verità, messi a verbale dai sindacalisti Roberto Aprile (segretario provinciale cobas di Brindisi) e Giuseppe Mancarella (coordinatore provinciale di Lecce). La dottoressa Francesca Giannuzzi in rappresentanza di Gial Plast, ha dichiarato quanto riportato sopra, passando la scottante faccenda nelle mani della magistratura.

Dalle aule di Tribunale per la verità, si stanno susseguendo sentenze di chiara matrice garantista che – come l’ultima – tendono a circoscrivere le presunte pressioni criminali sulla gestione aziendale ad episodi circoscrivibili a fatti singoli e personali.

Altrettanto confermato sembra l’orientamento, in ossequio anche a principi contenuti nella Costituzione circa la reinclusione sociale di persone colpite da condanne penali, secondo cui non sarebbero sufficienti rapporti di parentela per sostenere le tesi dell’infiltrazione criminale in aziende operanti nell’ambito di appalti pubblici.

Scoraggiati appaiono però gli ex dipendenti, soprattutto quelli che avendo pagato il proprio conto anche pesante con la giustizia, parlano esplicitamente di “persecuzione” e di mancata applicazione di leggi che arrivano anche alla tanto sospirata reintegrazione nel posto di lavoro.

Il tempo che passa invano semina ulteriore rabbia, ad ascoltare anche i più moderati e ragionevoli tra i licenziati. Nei discorsi tra di loro trapela ogni tanto una qualche concessione alla tesi alla base del provvedimento della Prefettura di Lecce. “Sì, ci possono essere stati anche episodi brutti, minacciosi, su turni di lavoro, assunzioni di familiari… ma da qui a colpire nel mucchio no, non ci sembra giusto”.

Bisognerebbe vedere se questi presunti comportamenti malavitosi siano stati in qualche modo e sede ufficializzati. “Così potrebbero capire tutti quanti che tanti di noi non c’entrano con queste cose, né tantomeno con la mafia”, si ragiona a mezza voce. Con molta prudenza e guardandosi attorno.

Intanto loro hanno deciso di non mollare, dopo il secondo sit in nella zona industriale di Taviano, dove ha sede la loro ex azienda. Per la prossima settimana si sta pensando ad un atto ancor più clamoroso rispetto a quelli realizzati finora: “Noi non siamo mafiosi” è il loro credo. E in tanti si dicono pronti a provarlo.

 

 

 

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