Scuola e Coronavirus: i perché del no alla didattica a distanza

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Ragazzi a scuola (foto d’archivio)

Il 3 giugno 2020 è il “No DAD day”. L’iniziativa è partita da comitati di insegnanti e genitori, tra cui i lavoratori autoconvocati scuola, il gruppo Genitore attivo, le mamme torinesi.

Sono una mamma e un’insegnante. Ho trovato giusto aderire per sollevare pubblicamente la questione di come è stata gestita l’infanzia in questa situazione di emergenza e per lanciare un segnale al Governo e al mondo della scuola per il futuro. Non ho niente contro la didattica a distanza in sé e per sé, anzi penso che per gli adulti andrebbe pure ulteriormente promossa.

Un bambino, nell’età in cui si sta formando, per crescere e per imparare ha bisogno del gioco, del movimento e degli altri bambini. Aggiungerei la vita all’aria aperta. Aspetti che a volte a scuola sono sacrificati pure in condizioni di normalità. Figuriamoci in questo periodo di isolamento che ha  lasciato delle ferite profondissime nella mente e nell’anima di questi bambini. Nella previsione delle restrizioni anti-Covid, si è pensato sin da subito ad altri tipi di necessità, del resto legittimi, come quello di accompagnare fuori i cani, ma solo in un secondo momento e con qualche resistenza, all’esigenza di una boccata d’aria, per quanto breve, per i bambini.

Riaprono le fabbriche, riaprono le discoteche (e non mi si parli di distanziamento sociale in questi casi!) e non riaprono ancora i nidi o i centri estivi per l’infanzia, in cui si sarebbe benissimo potuta organizzare un’attività per piccoli gruppi all’aria aperta.

Ora la richiesta è che a settembre il Governo provveda stanziando i fondi necessari per l’assunzione di docenti e il reperimento degli spazi adeguati affinché tutti gli ordini di scuola ritornino a una didattica in presenza in condizioni di sicurezza. È una questione di priorità. I fondi quando c’è la volontà si trovano, così come ci sono stati stanziamenti per altri settori.

La preoccupazione però è soprattutto per i bambini – scuola dell’infanzia e primaria. Nella primaria, poi anche nei primissimi anni, i bambini sono stati sottoposti a un superstress in cui, all’isolamento, si è aggiunta anche l’ansia da performance davanti a uno schermo. Parliamo di bambini che iniziavano appena a leggere e scrivere, ad ambientarsi, e che hanno dovuto per la prima volta confrontarsi davanti a uno schermo con interrogazioni e verifiche.

L’accusa non è verso gli insegnanti che hanno mostrato spesso un afflato e una vicinanza ai bambini, e che si sono trovati essi stessi a fronteggiare un superlavoro e nuove forme di pressione psicologica da tante fonti. L’accusa è verso un sistema che prevede di svolgere la didattica a distanza come si trattasse di una situazione normale, con un accento ancora una volta sulla performance e sui voti e sulla quantità di programma svolto, non tenendo conto dell’emotività dei bambini (il nervosismo, la stanchezza, la timidezza) e dei loro bisogni.

Non si tratta, ripeto, di un aspetto accessorio, da delegare agli psicologi. Un bambino impara attraverso le sue emozioni positive e attraverso la socializzazione, e questo è vitale per lui. In caso contrario non impara, o impara male. Per cui la scuola se ne deve occupare. Se ne deve occupare tutta la società, visto che i bambini sono il nostro futuro.

Mi rifiuto inoltre di vivere in una scuola e in una società asettica, che pensa alla salute solo in termini di igiene e di profilassi. La salute è anche poter vivere in pienezza una vita di relazione.

In ultimo metto anche i diritti delle donne lavoratrici, che hanno avuto il maggiore impegno nel seguire la didattica a distanza e in alcuni casi – lavoratrici informali, in cerca di lavoro, precarie parasubordinate – non hanno avuto aiuti di alcun genere, ammesso che certi carichi familiari si possano delegare. Sì, perché a volte alla gestione della didattica a distanza si è sommata la cura di disabili e anziani.

Mi auguro che la scuola riparta, e che riparta ripensando profondamente al rapporto della didattica con le emozioni del bambino, attraverso il gioco, il movimento, la socialità, il contatto con la natura. Questo era un problema già prima del Covid. Una scuola dominata dalla paura, da vincoli burocratici di ogni tipo e dall’ansia della sicurezza non può insegnare nulla. Solo ad avere paura.

Angela M.L. Giorgino – Alezio