Quello sporco consenso che rende i boss più forti

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fernando d'aprileAndavano in tanti dal boss ma non per motivi loschi. Andavano per chiedere consigli, quasi fosse uno che risolve problemi spiccioli, di giornata e non. Prima che lo ammazzassero per i conti che non tornavano. Augustino Potenza era davvero un punto di riferimento sociale importante e riconosciuto. Che facesse altro quantomeno lo si intuiva, ma alla gente comune afflitta da grane poco importava. “U Braccinu” come lo chiamavano i suoi complici poi ex, era prodigo di indicazioni fornite col tono del fratello maggiore, di uno che ne ha viste tante e quindi ne sa. Ad altri livelli. Potenza era intervenuto anche per mettere pace, dopo le cinque pistolettate esplose contro una discoteca di Gallipoli un pieno agosto dell’anno scorso. Era un’autorità nel suo campo. Prima della raffica che ha spianato la strada al suo alleato trasformatosi in carnefice, Tommaso Montedoro. A capo della criminalità organizzata del Sud Salento ora c’è lui. Indiscusso numero uno dell’ottobre scorso, Montedoro era agli arresti domiciliari in Liguria ma con una incredibile libertà di movimento da e per il Salento in occasione di processi che lo riguardavano. Che il nuovo boss abbia le stesse “qualità” dello scomparso non pare. Lo dicono ampi passaggi dell’ordinanza (106 pagine) con cui la Procura ha decapitato questa banda. Anche lui però si preoccupa di non alienarsi il consenso sociale seppur tacito. Decreta l’ultima sentenza di morte da eseguire e si raccomanda ai sicari: “Uccidetelo e fatelo sparire: una lupara bianca, è più leggera…”. Sono arrivati prima i carabinieri. E la nostra resistenza quando?

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