Quando mesciu Scarpina distrusse il carro sui “Pagliacci di Gallipoli”

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GALLIPOLI. Avevano osato prendere in giro la squadra di calcio del Gallipoli e la notte prima della sfilata qualcuno entrò nei capannoni e bruciò il carro. Nella storia del Carnevale gallipolino si trovano anche questi episodi, di gente che non accetta lo spirito carnascialesco, anzi lo rifiuta con le brutte. «Questo episodio è risalente al ’78, quando venne bruciato il carro di Nino Prete, maestro cartapestaio che quell’anno ebbe l’idea di rappresentare ironicamente il presidente della squadra di calcio. Ma qualcuno, evidentemente, quello scherzo non lo prese proprio bene…», racconta Elio Pindinelli, presidente dell’ associazione “Gallipoli Nostra” e cultore di storia e tradizioni locali. Allora il Carnevale portava nel centro storico tanta gente e allegria. Per travestirsi e prendersi le rivincite sui potenti, sia pure per un giorno, c’era un negozio che vendeva e affittava abiti di Carnevale proprio in via Antonietta De Pace. «Oltre ai carri, che all’epoca erano obbligatoriamente allusivi e grotteschi, c’era chi approfittava del Carnevale per insidiare le belle donne, sposate e non, da mascherato – prosegue Pindinelli – ma ad un certo punto la situazione sfuggì talmente di mano e per alcuni anni fu addirittura proibito travestirsi».

Anche Luigi “Mba Pì” Tricarico è ricco di studi e ricordi, anche molto particolari: «Erano gli anni ’60 e si stava appena iniziando a costruire il grattacielo, tra moltissime infuocate discussioni tra favorevoli e i contrari. In un Carnevale di quegli anni venne rappresentato in un carro proprio il grattacielo, seguito da un altro carro in cui un dipendente comunale con il martello in mano lo demoliva: partì una grande rissa».

C’è chi richiama alla mente anche un altro episodio con il carro del maestro cartapestaio “U Scisciu” dedicato al “Cavallo di Troia”; qualcuno dal pubblico, forse per togliersi un sassolino dalla scarpa o forse solo per scherzare, urlò “Venite fuori figli di Troia”. Non l’avesse mai fatto: il parapiglia su corso Roma fu generale, tra spintoni, urla e schiaffi. Il fotografo Mario Milano, testimone per lavoro di tante edizioni del Carnevale di cui conserva ancora bellissime immagini, sottolinea lo spirito irriverente di molti artisti cartapestai dell’epoca, tra cui, oltre a quelli già citati, i De Vittorio, Piccolo, Rizzo e Perruccio e, soprattutto, il famoso Uccio Scarpina, che si facevano beffa dei ricchi, dei potenti e dei politici locali e non, con magnifici carri (da ricordare quello di Scarpina con un indiano sul Leone, alto 16 metri e lungo 22, trainato da otto elefanti di cartapesta). Le rappresaglie di chi non voleva stare al gioco neppure per un giorno non mancavano, tanto che Scarpina reagì da par suo. Oltre al carro classico, ne fece sfilare uno più piccolo, chiamato “I Pagliacci di Gallipoli”; a fine sfilata fu lo stesso maestro cartapestaio a distruggerlo sotto gli occhi della gente che probabilmente non capiva quanta amarezza e rabbia aveva accumulato l’autore che, con i suoi colleghi voleva davvero festeggiare lo spirito originario, popolaresco e graffiante del Carnevale.

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