Perché la Foresta Amazzonica brucia?

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L’ingegnere Pantaleone Pagliula e, a destra, padre Massimo Ramundo (di Neviano)

Tanti amici brasiliani che mi hanno accompagnato durante la mia lunga permanenza di qualche anno fa a Manaus e nella Foresta Amazzonica mi chiedono con rabbia di dare voce al loro appello sulla drammatica e triste situazione della Foresta Amazzonica, che sembra lontana dal nostro paese ma alla quale siamo fortemente legati per il nostro destino e per quello dell’intero paese.

L’Amazzonia sta bruciando. Nel 2019 siamo a 79mila punti fuoco in tutto il Brasile, cioè quasi il doppio rispetto all’anno scorso e il 15% in più rispetto alla media dal 2013, e con il 99% degli incendi di origine volontaria.

Ma perché la foresta brucia, e perché sta bruciando più degli anni passati? Quanto sta accadendo in Brasile nel territorio della cosiddetta “Amazzonia legale”, che comprende la foresta vera e propria e più a Sud la parte settentrionale del Mato Grosso, è il risultato di una combinazione di eventi in parte locali, in parte internazionali.

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Con la pseudemocrazia di Bolsonaro , l’Amazzonia è diventata terreno di scontro permanente tra quanti ne vogliono “continuare la colonizzazione” e quanti aspirano a preservarla il più intatta possibile.

Il nuovo presidente Bolsonaro si è apertamente schierato per una revisione dei vincoli ambientali e ha dato il via libera a una nuova politica di conquista dell’Amazzonia. L’aumento degli incendi risponde a questa logica: il fuoco disbosca territori che possono essere sfruttati in altro modo, in particolare per il pascolo estensivo e l’agricoltura industriale.

Ma, ripeto, è necessario inserire il fenomeno in un contesto più ampio: dietro agli incendi e alla deforestazione dell’Amazzonia non c’è solo la volontà politica di una leadership poco sensibile ai temi ambientali. C’è un sistema di produzione e di consumo alimentare che ha nel Brasile e in quelle aree del Brasile uno dei propri baricentri. È un sistema dove gran parte della popolazione mondiale fonda la propria dieta sul consumo di proteine animali, con un incremento notevole in alcuni paesi a rapida crescita, come la Cina.

Se il consumo di carne aumenta, aumentano gli animali da allevare, e aumenta la necessità di produrre materie prime agricole per i loro mangimi. Il sistema è stato chiamato “grain-oilseed-livestock complex” dallo studioso canadese Tony Weis, ed è basato su una correlazione quasi simbiotica tra gli animali allevati intensivamente, i cereali e la soia utilizzati per nutrirli. Gli allevamenti intensivi hanno bisogno di terre su cui si producano mais e soia, elementi essenziali dei mangimi animali. Ormai, sempre secondo Weis, un terzo di tutte le terre arabili è destinato non alla produzione di cibo per l’alimentazione umana, ma a prodotti per la zootecnia.

Nel corso degli ultimi anni, il Brasile è diventato un protagonista imprescindibile di questo sistema. Il paese sudamericano è il primo produttore mondiale di soia. La regione preamazzonica del Mato Grosso è un’immensa monocoltura da cui i semi sono esportati ovunque, principalmente in Cina (46% del totale) e in Europa (12%). Anche la zootecnia italiana fa parte di questo meccanismo: ogni anno il nostro paese importa circa 1,3 milioni di tonnellate di soia, la metà delle quali dal Brasile.

È sulla spinta di questa domanda in crescita che la frontiera agricola brasiliana si sta spostando sempre più a nord, rosicchiando gradualmente l’Amazzonia. “Oggi il 19% della foresta è stato già disboscato e sostituito principalmente da coltivazioni di soia”, afferma Rômulo Batista, responsabile foreste di Greenpeace Brasile.

Questo per dire che gli incendi, il disboscamento, la conversione delle terre non sono novità introdotte da Bolsonaro. Sono frutto di una tendenza che va avanti da almeno trent’anni e che è ben visibile lungo il Rio delle Amazzoni e i suoi affluenti, dove le principali aziende di commercializzazione di soia hanno costruito porti privati e impianti di esportazione. Il presidente brasiliano sta solo accelerando e facilitando un processo in atto da tempo.

Che fare? Le azioni più efficaci sono quelle individuali, collettive e politiche. Modificare le nostre abitudini alimentari, i meccanismi di importazione e soprattutto allineare la nostra spesa pubblica al valore reale delle cose. Dobbiamo chiederci: quanto viene destinato dal bilancio del nostro paese alla cooperazione ambientale? Quanto a sostenere i consumi domestici di prodotti responsabili della deforestazione?

Ma l’azione più importante è quella  che ognuno di noi fa a livello personale accettando la sfida, anche se ci sembra complessa, e cercare di capire da dove proviene e che conseguenze ha su ognuno di noi e sul nostro pianeta tutto ciò che consumiamo.

Per quello che mi riguarda continuerò la mia opera di sensibilizzazione soprattutto nelle scuole, utilizzando strumenti diretti che mi inviano i miei amici brasiliani, con i quali ho condiviso la mia esperienza diretta in Amazzonia insieme a mia moglie e a un padre comboniano di Neviano che ha speso buona parte della sua vita in quei luoghi, padre Massimo Ramundo.

Pantaleone Pagliula – Nardò

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