La “grande guerra” vissuta dalle donne. Un nuovo studio su sacrifici e ribellioni per il pane e la pace nei nostri paesi

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Diso – Anche le donne hanno fatto la storia, ma di fatto sono poco presenti sui libri di storia. Il motivo è che gli storici hanno privilegiato l’aspetto politico-istituzionale, sicché le donne,  che hanno ottenuto il diritto di voto solo nel 1946, sono state escluse dalla vita pubblica e politica e… dalle pagine dei manuali. Questa la situazione fino a qualche tempo fa, ora invece si registra un’inversione di tendenza perché  gli studiosi concordano che non si può parlare dei grandi eventi storici passando a piè pari sul contributo delle donne. Come nel caso della rilettura della Grande Guerra fatta da Salvatore Coppola attraverso il saggio “Pane!… Pace!, il grido di protesta delle donne salentine negli anni della Grande Guerra” edito da Giorgiani editore  nella collana Cultura e Storia della Società di Storia Patria di Lecce.

Donne del Nord e donne del Sud di fronte alla guerra. Il ruolo delle donne, in larga parte di quelle del Nord e del Centro Italia,  a partire dal 24 maggio del 1915, (data dell’ingresso in guerra dell’Italia) è stato evidenziato in quello che venne definito il “fronte interno”  in contrapposizione a quel “fronte di guerra” dei militari che vennero arruolati per difendere i confini della patria.  «Su una popolazione di 4,8 milioni di uomini che lavoravano in agricoltura, 2,6 furono richiamati alle armi – scrive lo storico Antonio Gibelli in La Grande guerra degli italiani 1915-1918“ (Bur Rizzoli). Sicché rimasero attivi nei campi solo 2,2 milioni di uomini sopra i 18 anni, più altri 1,2 milioni tra i 10 e i 18 anni, contro un totale di 6,2 milioni di donne superiori ai 10 anni. Inevitabile fu l’occupazione femminile di spazi già riservati agli uomini, e contemporaneamente lo straordinario aggravio di fatica e di responsabilità». Così le donne cominciarono a occupare spazi prevalentemente occupati dagli uomini nelle campagne, nelle fabbriche, si riunirono in associazioni solidali, si impegnarono a confezionare indumenti per l’esercito, organizzarono raccolte fondi, divennero crocerossine. La guerra fu quindi anche occasione di emancipazione, anche se si trattò di un’esperienza provvisoria: a guerra conclusa non ci fu più posto per operaie e impiegate e gli uomini si ripresero il posto lasciato vuoto per combattere al fronte. Ma in quella parentesi, in cui “indossarono i pantaloni”, si distinsero in efficienza, come puntualizza Alessandro Gualtieri, in “La grande guerra delle donne. Rose nella terra di nessuno” (Mattioli 1885): «La guerra non è solo la prima linea: hanno combattuto a modo loro anche le donne rimaste al lavoro nei campi, talmente efficienti nello svolgere le loro mansioni che la produzione agricola non scese mai al di sotto del 90 per cento negli anni tra il 1915 e il 1918; o quelle che hanno sostituito gli uomini nei trasporti pubblici o negli uffici postali, dimostrando coi fatti quanto fosse falsa l’idea della inferiorità naturale della donna teorizzata da tanta cultura del tempo». E le donne nel Salento? L’ultimo libro di Salvatore Coppola illumina una zona d’ombra e dimostra come sia proprio fuori dalla storia  lo “stereotipo della donna meridionale, passiva e indifferente alle vicende sociali e politiche” (dall’introduzione di Giuseppe Caramuscio).

Per il pane e per la pace. Le donne salentine lottarono per il pane e la pace , manifestarono contro la penuria alimentare, contro il ritardato pagamento dei sussidi destinati alle famiglie dei richiamati, contro gli abusi nell’assegnazione delle tessere annonarie, contro la guerra reclamando il ritorno a casa dei loro mariti. Si  trattò di manifestazioni spontanee anche se i vertici politici e militari attribuivano la responsabilità delle proteste alla cosiddetta propaganda disfattista alimentata da socialisti e giolittiani. Manifestazioni di protesta massicce interessarono nel 1917 Lecce, Gallipoli, Galatone, Nardò dove la protesta fu contro i funzionari governativi che promuovevano la raccolta fondi per il prestito nazionale. Ma ci furono proteste anche in centri minori come Alezio, Aradeo, Arnesano, Carmiano, Corigliano, Cutrofiano, Felline, Maglie, Martano, Melissano, Muro Leccese, Neviano, Poggiardo, Presicce, Racale, Scorrano, Sogliano, Taviano, Tricase. Le contestazioni avevano una nota comune: accanto al grido  “vogliamo pane, siamo a digiuno noi e i nostri figli”, ci fu quello “abbasso la guerra”, “vogliamo i nostri mariti e congiunti e non il denaro”, “vogliamo la pace”. Le manifestazioni, la cui partecipazione era prevalentemente femminile, provocarono prima sorpresa nelle classi dirigenti, naturalmente maschili, e poi  “un forte senso di fastidio” perché il modello femminile  era quello di “riprodurre, starsene a casa , oziare”

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I tumulti di Gallipoli, Galatone, Nardò, Presicce. Il 4 e 5 maggio del 1917 scoppiò quello che viene ricordato come il “tumulto di Gallipoli” , che da manifestazione per il pane divenne protesta contro la guerra. Furono arrestate cinque donne ritenute promotrici e rinviate a giudizio con l’accusa di “avere pubblicamente istigato le donne a fare una dimostrazione ostile alla guerra”. Si era diffusa la voce che stava per mancare il pane perciò le donne la mattina del 5 si radunarono nei pressi di piazza Mercato e cominciarono a gridare contro le autorità comunali che avevano deciso di spostare la vendita dalle panetterie all’ufficio di polizia municipale dove si doveva pagare in contanti. Il 6 e il 7 maggio a Galatone ci fu una manifestazione contro la guerra e la propaganda a favore del prestito nazionale che era sostenuta dall’onorevole Antonio De Viti De Marco. Seguirono altre proteste a Nardò, a Presicce dove 16 donne furono rinviate a giudizio ritenute responsabili del tumulto perché chiedevano che il grano venisse consegnato direttamente alle famiglie e non ai panificatori. Non mancarono le manifestazioni a favore della pace in ambito cattolico.  Si svolsero dappertutto processioni per la pace  raccogliendo l’invito di Benedetto XV che aveva invitato a pregare per la fine del “tremendo flagello”.

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