Misura antimafia, licenziamenti e penali non bastano per sciogliere il contratto del servizio rifiuti a Gallipoli. Ecco perché

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Gallipoli – “Non sussistono i presupposti giuridici per procedere allo scioglimento del vincolo contrattuale con la società esecutrice del servizio di raccolta e gestione dei rifiuti solidi urbani ed altri servizi attinenti nei Comuni dell’Aro 11”: si chiude, per il momento, così il confronto, a tratti anche aspro, tra il gruppo consiliare Gallipoli Futura promotore della proposta di risoluzione del contratto, l’Amministrazione comunale (che ha acquisito uno specifico parere legale) e l’associazione temporanea di imprese (Ati) Gial Plast srl e Colombo Biagio srl.

Ad aprire ufficialmente questo contenzioso erano stati i consiglieri Flavio Fasano e Giuseppe Cataldi con una “mozione urgente” presentata il 28 dicembre scorso e approdata in Consiglio giusto dopo cinque mesi, cioè ieri martedì 26 maggio.

Tre i motivi a base della richiesta

Come si ricorderà, erano tre i motivi secondo i quali il rapporto Comune-Ati doveva essere interrotto motivatamente secondo Fasano e i suoi: licenziamenti di dipendenti avvenuti in entrambe le  società senza che fosse stato ridotto il canone del servizio; le penali applicate dal direttore del servizio per irregolari svolgimenti del servizio nel novembre 2019; l’interdittiva antimafia comminata alle due società. Gli autori della mozione avevano anche richiamato alcuni passaggi contrattuali a fondamento della risoluzione del contratto.

“Abbiamo respinto la mozione sulla nettezza urbana – ha detto alla fine dell’adunanza in teleconferenza il Sindaco Stefano Minerva – pur condividendo il pensiero che alcuni servizi non siano gestiti al meglio. Per il parere negativo sulla delibera dei dirigenti e il parere legale contrario, questo a tutela della città per evitare cause milionarie che si riverserebbero sulle tasche dei cittadini”.

“Tanta clemenza del Comune verso il gestore” 

Nelle mani della maggioranza infatti c’erano il parere negativo della dirigente Luisella Guerrieri ed il parere legale richiesto dallo stesso Sindaco sabato 23 maggio all’avvocato leccese Domenico Mastrolia, “considerato che il professionista ha già svolto per questo Ente incarichi afferenti la materia in esame”, come si legge nella richiesta avanzata dal capo dell’Amministrazione.

Di parere decisamente opposto invece Fasano e Cataldi, per i quali i motivi addotti “erano e sono gravi e sotto gli occhi di tutti i cittadini: “Non mi sorprende la decisione: ci hanno impiegato cinque mesi prima di portare in aula la mozione, chiedendo un parere legale tre giorni prima del Consiglio del 26 e con determina di incarico fatta nello stesso giorno – rileva il capogruppo Fasano – né mi sorprende vedere ancora tanta “clemenza” verso la ditta e disinteresse verso cittadini e lavoratori”.

Le ragioni nel parere legale

Quali sono le ragioni per cui l’avvocato consiglia di non procedere verso lo scioglimento del contratto? L’avvocato Mastrolia premette di esprimersi “in base alla documentazione fornitami e sulla base di informazioni comunicatemi dai competenti Uffici comunali ed a mia diretta conoscenza quale consulente giuridico del Rup (il responsabile unico del procedimento, ndr)”. Ai licenziamenti di più di una decina di addetti nel cantiere di Gallipoli l’avvocato dedica due delle sette pagine del parere. Dopo aver richiamato il contratto nazionale di lavoro, vengono citate alcune clausole contrattuali. Circa quella relativa all’impegno di mantenere sempre il previsto numero di addetti, si richiama la nota del direttore esecutivo ingegnere Quarta del 20 febbraio scorso, dalla quale risulta che l’organico è inferiore di circa 1,66 unità.

Tuttavia includendo il personale a tempo determinato – conclude l’ingegnere – il personale in servizio è conforme alle previsioni contrattuali”. Pur ammettendo di “non avere specifiche informazioni in merito”, l’avvocato sottolinea però che “anche il licenziamento di alcuni dipendenti da parte dell’Ati, non può giustificare di per sé la risoluzione del contratto di appalto”. Insomma, “non pare che tali licenziamenti abbiano comportato una correlata violazione delle clausole contrattuali”.

 

La penale di 113mila euro

Stesse conclusioni anche per le penali irrogate all’Ati Gial Plast e Colombo Biagio. Nel parere vengono richiamate le iniziali penali pari a circa 200mila euro che “a seguito del parziale accoglimento delle controdeduzioni presentate dal’appaltatrice, sono state rideterminate nella minor somma di 113mila euro circa il 12 marzo scorso: “Anche se non fossero state ridotte, comunque la loro applicazione non avrebbe potuto comportare la risoluzione del contratto in essere”. Sarebbe un atto “incauto”. Discorso diverso sarebbe se le penali fossero risultate come importo almeno il 10% del canone annuo del servizio, che è di 6 milioni 500mila euro.

Sulla misura antimafia, il legale si dilunga sul caso Colombo Biagio (cinque i dipendenti licenziati),  che ne ha ottenuto la sospensione dal Tar di Milano. Si chiama in causa anche “per compitezza espositiva” l’Anac (l’Autorità nazionale anti corruzione, ndr) il cui parere in merito stabilisce che “in presenza di una informazione antimafia interdittiva le stazioni appaltanti devono di norma procedere alla revoca dell’aggiudicazione o alla risoluzione del contratto”. Salvo alcune eccezioni: in tre di queste rientra il caso di Gallipoli. Che così sembra essersi chiuso.

(Sopra, una riunione in Comune sulla vertenza Gial Plast; nella foto in mezzo Flavio Fasano)