Malgrado la crisi economica da Covid, in provincia di Lecce aumentano le nuove imprese

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Lecce – Aumenta in provincia di Lecce il numero delle imprese attive anche se i ricavi non reggono il confronto. Sono questi i dati che emergono dal report delle attività economiche elaborato dall’Osservatorio economico di Aforisma “School of management”, socio di Asfor (“Associazione italiana per la formazione manageriale”).

Lo studio prende in esame tutte le imprese attive, cioè quelle iscritte in Camera di Commercio, che esercitano l’attività e non risultano avere procedure concorsuali in atto. In provincia di Lecce le aziende attive risultano essere 64.738, uno dei numeri più alti mai registrato, appena inferiore alle 64.891 del terzo trimestre 2006.

Le nuove aperture

Quindi, nonostante l’emergenza innescata dal Covid-19, le aperture di nuove attività continuano a superare le chiusure. Anche nel periodo estivo si sono registrate più iscrizioni, che cancellazioni al Registro di Lecce. Nell’ultimo semestre, dal 29 febbraio al 31 agosto scorsi, cioè dal lockdown in poi, le imprese attive sono aumentate di 795 unità, pari all’1,24 per cento: da 63.943 a 64.738. In crescita il settore delle costruzioni da 9.310 a 9.549, con un saldo di 239 nuove imprese; le attività dei servizi di alloggio e ristorazione crescono di 122 unità (da 5.464 a 5.586); l’agricoltura passa da 8.966 a 9.050, con un saldo di 84 aziende in più; le attività professionali, scientifiche e tecniche di 74 unità (da 1.629 a 1.703). Non cede neppure il commercio che conta 55 aziende in più (da 21.171 a 21.228); i servizi di informazione e comunicazione aumentano di 32 unità (da 1.051 a 1.083); le attività immobiliari +25 unità (da 1.082 a 1.107) e le attività manifatturiere +23 unità (da 5.473 a 5.496).

«È necessario guardare a questi dati con prudenza. In primo luogo – spiega Davide Stasi, responsabile dell’Osservatorio economico – si profilano due scenari: uno di lungo periodo, se il virus dovesse imporre un nuovo lockdown, con effetti prolungati e ancora più marcati sull’economia globale, ed uno scenario di breve periodo, alternativo e più probabile, con conseguenze sui ricavi e sui margini aziendali solo per l’anno in corso, con una crescente ripresa dal 2021. In secondo luogo, dobbiamo tenere conto dell’effetto sortito dai vari bonus, assieme ai contributi e ai finanziamenti a fondo perduto che hanno tamponato la temuta emorragia di imprese. Chiudere definitivamente una partita Iva – spiega ancora Stasi – avrebbe significato perdere il diritto alle diverse forme di sussidio, rivolte in favore di ditte individuali, lavoratori autonomi, liberi professionisti, società di persone e di capitali, cooperative e consorzi. Se il coronavirus non ha ridotto il numero delle imprese, non si può dire lo stesso per i ricavi complessivi, ad eccezione di alcuni settori».