Tommaso Montedoro

Casarano – Droga, affari e controllo del territorio: le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Tommaso Montedoro nel corso del processo sorto dall’operazione Diarchia confermano i suoi diversi ruoli nella gestione della malavita locale. Ma al 42enne di Casarano veniva attribuito anche il potere di controllare le dinamiche socio-economiche: a lui si rivolgevano quanti avevano problemi con altri gruppi malavitosi. Nel corso dell’ultima udienza del processo, Montedoro ha riferito di come sia stato lui stesso a fermare dei commercianti brindisini che pretendevano l’assegnazione dei posti alla fiera di San Rocco, a Torrepaduli, a scapito degli ambulanti locali. «Non è la vostra zona: quindi andate via!», queste le perentorie parole con le quali Montedoro poteva regolare le dispute facendo leva sul suo “peso” e sul riconoscimento dato alla sua persona. E, dunque, chi aveva problemi sapeva bene a chi rivolgersi. Altro filone quello delle società su cui investire e la collaborazione” fruttuosa” con alcuni imprenditori (“ai quali è meglio non chiedere il pizzo ma chiedere favori”).

Per i magistrati c’è dunque la conferma di quel già sapevano, ovvero della forte capacità di Montedoro e dei suoi uomini di “penetrare” nel tessuto sociale, con il coinvolgimento ed il supporto di insospettabili, così come apparso chiaro agli inquirenti sin dall’avvio delle indagini che hanno poi portato ai 14 arresti dell’operazione Diarchia.

Nuove udienze sono previste (ad iniziare da oggi) nell’aula bunker della Corte d’Appello di Lecce: dopo l’ascolto (in videoconferenza da una sede protetta) del collaboratore Montedoro, tocca ora alle requisitorie del procuratore aggiunto Gugliemo Cataldi e del sostituto Massimiliano Carducci. Dopo le arringhe degli avvocati difensori, la sentenza è prevista per il 24 gennaio. Montedoro e gli altri imputati hanno scelto di essere giudicati con il rito abbreviato.

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