Mafia e affari sull’asse Gallipoli-Monteroni, conferme dal collaboratore di giustizia Tommaso Montedoro

La maxi operazione antimafia "Labirinto" condotta lo scorso luglio portò a 27 arresti

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Gallipoli – Nomi e indizi che vanno nelle caselle giuste e tante conferme che, malgrado arresti e condanne, il legame tra due clan storici del Salento, quello dei Padovano di Gallipoli e dei Tornese di Monteroni, è rimasto sempre saldo nel corso degli anni. Gli intrecci affaristici su droga, videogiochi e altro giungono dalle dichiarazioni fiume rese dal collaboratore di giustizia Tommaso Montedoro (di Casarano) nell’ambito del processo che ha fatto seguito alla maxi operazione antimafia “Labirinto” condotta lo scorso luglio (con 200 militari e 80 mezzi) dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale: 27 furono gli arresti disposti su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, tra i quali anche il 37enne imprenditore 37enne Davide Quintana.

Montedoro chiama direttamente in causa il 46enne di Monteroni Saulle Politi, definito “reggente del clan Tornese”. L’indagine avviata nel 2015 dal Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri individuò due sodalizi criminali federati con il clan Tornese di Monteroni, riconducibile alla frangia salentina della Sacra corona unita: quello capeggiato da Vincenzo Rizzo e operante nell’area di San Cesareo, San Donato e Lequile con una forte influenza anche a Gallipoli, e quello capeggiato da Saulle Politi, attivo invece tra Lecce e Porto Cesareo (passando da Monteroni, Arnesano, San Pietro in Lama, Carmiano e Leverano).

Il mercato delle slot Era sempre il clan a regolare il fiorente mercato dei videogiochi in provincia: lo conferma sempre Montedoro chiamato spesso a dirimere screzi e controversie.

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