L’incredibile parabola del Tac salentino: dal “façon” al fasullo

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FINANZA2RACALE. Dalla produzione conto terzi (anche per marchi illustri del settore abbigliamento) alla produzione in proprio (negli anni ’90 spina dorsale dell’economia del territorio), infine all’industria del falso denunciata dalle Fiamme gialle, con opifici anche totalmente illegali dediti alla contraffazione di capi ed etichette. Sembra il triste epilogo del Tac salentino (tessile abbigliamento calzaturiero), fino a due decenni fa punta di diamante dell’economia nel Tacco d’Italia. Nel mezzo, una profonda crisi. Economica, innanzitutto. Calano commesse e fatturato, salgono costi, tasse, disoccupazione, delocalizzazione all’estero. Crisi etica, poi. Lo dicono, ad esempio, i dati del Copac, consorzio di imprese al quale fino a qualche anno fa aderivano più di 30 aziende del ramo abbigliamento, delle calze e delle cravatte. L’obiettivo era la difesa del settore e delle sue regole. Quando il Salento aveva bisogno di nuovi mercati e questi avevano bisogno del sapere artigiano del Salento, piccole e medie imprese erano consorziate in difesa reciproca della qualità e dell’immagine, facendo squadra con le istituzioni.
Nel vuoto associativo di oggi, complice quella politica che non sostiene adeguatamente gli imprenditori – denunciano nel settore – le cronache odierne hanno un terreno fertile sul quale proliferare.