Francesco Danieli

Galatone – Una colorita indagine sul vissuto di un intero territorio attraverso l’analisi delle sue espressioni più tradizionali: è “mesciu Cicciu” Danieli, da Galatone,  a portare in quel di Galatina la bellezza del dialetto salentino, in un incontro dal titolo “Fenomenologia dell’imprecazione salentina”.

Docente di Storia sociale dei media dell’Unisalento, Francesco Danieli preferisce farsi chiamare “mesciu Cicciu”: titolare di una ditta individuale votata alla muratura antica, è conosciuto in Italia e non solo come uno dei massimi esperti di iconologia, con importanti ricerche sui temi del sacro e dell’arte sacra.

Al circolo “Arci Eutopia” di Galatina(stasera alle 19.30) affronterà, tra il serio e il faceto, il tema del gergo popolare. «Dietro tante locuzioni quotidiane ci sono sempre questioni storiche e storico-culturali», spiega lo studioso che, come esempio lampante, cita la frase di malaugurio “cu butti lu sangu!”, un evidente riferimento alla tubercolosi.

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«Un’indagine che dunque permette una ricostruzione storica e antropologica del territorio. L’imprecazione – anticipa Danieli  – non è da confondere però con la bassezza della bestemmia, anche se l’indagine tocca anche quello. È interessante notare, ad esempio, che quando il santo patrono di una città non è sentito a causa di altri culti che lo hanno surclassato non viene nominato nelle imprecazioni a carattere religioso. San Sebastiano a Galatone è un esempio di questa tendenza: non esiste un’usuale e diffusa bestemmia nei confronti del martire».

L’incontro è inserito nel ciclo “Diàlektos – Rassegna in lingua madre”, ideato dal club galatinese “per celebrare una lingua nobile attraverso le sue più svariate forme espressive”, come fanno sapere dalla sede di via Montecassino. Un’iniziativa che solo una volta (due anni fa a Trepuzzi) era stata proposta in pubblico, con l’apprezzamento del mondo accademico leccese. Un’indagine che nasce da un’idea comune, come racconta Danieli: «Più di dieci anni fa – sottolinea – insieme al mio amico Mauro Bortone nacque il proposito di scrivere una “Apologia della Parolaccia”, vista come mezzo di catarsi per la violenza, con lo sfogo verbale che sostituisce quello fisico».

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