“Le voci della scuola”/ Il prof di Matematica conclude il suo insegnamento andando oltre i numeri: “Ragazzi, volete essere protagonisti o comparse?”

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“Le voci della scuola” si arricchiscono di un contributo speciale: il prof di Matematica e Fisica del “Vanini” di Casarano va in pensione. Dopo un anno scolastico davvero storico a causa dell’epidemia da Coronavirus, ci sta proprio bene un saluto speciale. E straordinariamente impegnativo.

Care ragazze e cari ragazzi,

sta volgendo ormai al termine quest’anno scolastico che certamente passerà alla storia e rimarrà per sempre nella memoria di tutti noi a causa della pandemia generata dal Covid 19. È una ferita che rimarrà nel nostro animo in modo indelebile e che potrà rimarginarsi solo se sappiamo fare tesoro di questa esperienza.

In questi ultimi mesi dell’anno scolastico tante cose sono cambiate, e non mi riferisco solo alle diverse difficoltà che abbiamo incontrato nello svolgimento on-line di una lezione: voi più di noi adulti avete sofferto la mancanza di libertà e di vita sociale e avete esperito cosa vuol dire ‘vita sospesa’.  A questo proposito non posso non tornare indietro negli anni, quando avevo la vostra stessa età. Certo, anch’io allora subivo lo stress e l’ansia di una interrogazione o di un compito in classe, ma tutto era ben ripagato dagli amori volubili e stagionali tipici della gioventù, amori spesso immaginifici giustificati solo dal rossore colto nello sguardo di una ragazza, pudicamente tenuti segreti, ma che emozionavano al pari degli amori vissuti. Altri tempi, qualcuno penserà, forse… chissà… Ecco, a voi, in questi ultimi mesi, è mancato proprio questo, avete dovuto rinunciare alle immaginazioni e alle emozioni  che solo la vostra età può comprendere e che nascono, vivono, svaniscono entro la comunità scolastica.

Come molti di voi già sanno, questo è stato il mio ultimo anno d’insegnamento, di una professione che ho deliberatamente scelto, fra altre magari molto più remunerative. Galeotto in anni lontani fu il mio professore di Lettere delle scuole superiori che mi fece apprezzare e amare questa straordinaria e non facile professione, non sempre tenuta nella giusta considerazione per il suo valore e la sua valenza culturale e formativa (direi, ‘politica’) che ha sulle giovani generazioni.

Ma contro ogni stupido pregiudizio nei confronti di questa meravigliosa professione può bastare questa frase di Henry Broocks Adams:  «Un buon insegnante ha effetto sull’eternità, non si può mai dire dove termina la sua influenza». Non è facile essere all’altezza di questo straordinario compito: so perfettamente che per essere un buon insegnante non basta solo raccontare, spiegare, dimostrare,  ma bisogna soprattutto elevarsi al rango di ‘maestro’, e si sa… il grande ‘maestro’… ispira. E sulla scia del mio insegnante, mio ‘maestro’, ho cercato di fare del mio meglio, non so con quali risultati…

Permettetemi, allora, come ultimo atto da docente, di proporvi un argomento che solo apparentemente sembra lontano dalle mie discipline d’insegnamento: la lettura de “Il grande inquisitore”, capitolo V del romanzo di Dostoevskij ‘I fratelli Karamàzov’. E’ uno dei capolavori della letteratura russa. Per facilitarvi nell’analisi di questo testo, vi allego una straordinaria video-lettura e una sequenza dello sceneggiato televisivo del 1969 (In cosa credi fratello) de ‘I fratelli Karamàzov’. Vi consiglio di vedere prima lo sceneggiato, perché spiega perfettamente il significato profondo che è insito in questo capitolo e poi lasciatevi trasportare dalla voce dell’attore che recita magnificamente questi passi.

Nel corso di quest’anno scolastico, quando abbiamo sviluppato l’UDA, non sono mancate le occasioni per sostenere che la cultura, il nostro sentire non potranno mai essere circoscritti entro stretti ambiti disciplinari. Abbiamo avuto modo di constatare come le materie di studio siano tra loro fortemente interconnesse da ponti, invisibili agli occhi di molti osservatori, ma chiari e visibili se osservati con lo sguardo della mente e del cuore. L’umanità necessita di spazi infiniti, come incommensurabile è la sua ‘anima’. Verità, libertà, amore, felicità, dubbi, certezze, caos, ordine, divenire, determinismo, indeterminismo, complessità, ecc. non sono monadi, ma intrecci profondamente umani che toccano il sentimento e la ragione. Non meravigliatevi, perciò, di questa mia proposta che può sembrare, agli occhi di chi non mi conosce, fuori luogo. Essa offre, invece, molti spunti di riflessione perché sa raccontare di noi, del nostro complesso mondo interiore, così come tante volte abbiamo fatto in classe.

La scelta del brano non è casuale perché questo celebre passo ci mette con le spalle al muro e ci interroga sul senso che ognuno di noi vorrà e potrà dare alla propria esistenza. Nel corso della vostra vita, prima o poi, così come accade a tutti, capiterà di trovarvi davanti alla non facile scelta esistenziale: seguire il vostro ‘essere’ che chiede rispetto per voi stessi, oppure il ‘dover essere’ perché ve lo impone qualcuno.

È l’eterno dilemma profondamente umano: scegliere di essere persone libere, così come propone il Cristo di Dostoevskij, ma con la consapevolezza che questa strada è resa accidentata dalla non riconoscenza, dalla fatica della conoscenza, spesso assalita da dubbi e incertezze; oppure scegliere la strada più sicura, come quella proposta dal grande inquisitore, fatta di sicurezze e risposte ultime imboccate da qualcuno. Insomma, si tratta di scegliere cosa vogliamo essere: soggetti della storia, con tutte le responsabilità che ne derivano, oppure comparse su scenari apparentemente tranquillizzanti che altri, i poteri che contano, ci assegnano.

Le paure di Aldous Huxley sono anche le mie quando sostiene che  «la dittatura perfetta avrà sembianza di democrazia, una prigione senza muri nella quale i prigionieri non sogneranno mai di fuggire. Un sistema di schiavitù dove, grazie al consumo e al divertimento, gli schiavi ameranno la loro schiavitù». Queste affermazioni richiamano alla mente le parole accusatrici dette dal grande inquisitore al Cristo di Dostoevskij. L’accusa è chiara: Cristo ha negato agli uomini la felicità perché ha preteso di renderli liberi.

Le interessanti riflessioni di Huxley possono perdere la loro carica realistica solo se sappiamo essere persone libere, con un alto senso di appartenenza alla comunità umana. Certamente a voi ragazze  e ragazzi non sono mancati stimoli che vanno proprio in questa direzione. Mi riferisco  a quei progetti che hanno riguardato l’educazione alla cittadinanza e alla legalità. Non so se durante questi percorsi avete potuto cogliere uno dei fondamenti che è alla base della nostra Costituzione: la libertà d’insegnamento. Non possiamo non cogliere l’importanza di questa libertà. Se riflettiamo bene, essa è il contrappeso ai possibili pericoli degenerativi in cui possono incorrere tutte le democrazie quando la legalità scivola nella deriva del legalismo. Essa ci indica la direzione dove guardare, per vedere con la ragione e con il cuore quell’«oltre» che il presente non è in grado di capire in quanto non ancora storicamente determinato e che invece si proietta lungo il divenire della storia. È illuminante e attualissimo quel passo del Vangelo che dice che «il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!», che è come dire che la legge è fatta per l’uomo e non l’uomo per la legge. E allora non dobbiamo mai dimenticare che un tempo erano legali lo schiavismo, il razzismo contro le minoranze etniche, la segregazione razziale (ancora in auge negli anni ’60 nei democraticissimi USA). In tanti Paesi del mondo ancora oggi esistono leggi che negano la libertà di pensiero, di coscienza, d’opinione e non mancano leggi economiche istituzionalizzate che negano il diritto di vivere.

Quale può essere, allora, la guida del nostro agire?

Sono convinto che un vincolo che unisce tutte le persone, al di là delle diverse religioni che professano, dalle diverse ideologie da cui sono guidate, è la fedeltà alla voce interiore della coscienza. Lo sappiamo, la coscienza non è un dato matematico, ma risente di tutti i condizionamenti della realtà . Ognuno di noi ha una coscienza che vive dentro la sua carne, il suo sangue, la sua classe sociale, la cultura in cui è cresciuto. Non c’è una coscienza pura. E tuttavia, la coscienza è un’esigenza, una ricerca, un orientamento costante dell’esistere. L’esaltazione della coscienza non è la legittimazione di arbitrii, ma una tensione che ci attraversa, che si fa largo attraverso errori e sbandamenti. Non si tratta di una coscienza narcisistica quanto piuttosto di quel tipo di coscienza che, pur partendo dall’io, si sviluppa e trova completamento nel ‘tu’. Solo uscendo da sé la coscienza stabilisce quella specie di solidarietà strutturale con tutte le altre coscienze che ci porta a superare l’io nel noi, e sfociare poi nella comunità potenzialmente universale.

Va vista con gioia, ma senza eccessive illusioni, la possibilità di appropriarci del ‘giudizio della coscienza’. Penso alla scuola. Nel processo educativo il punto d’arrivo non deve essere, cosi come avviene oggi, una formazione orientata verso nuovi idoli, che la cultura neoliberista propone, bensì una formazione predisposta a mettere un ragazzo nelle condizioni di assumersi il peso del giudizio e la responsabilità della disobbedienza. Molti diranno che ciò è pericoloso.

Certo, il pericolo c’è, ma i pericoli dell’obbedienza sono stati così evidenti che si può cogliere questo rischio. I grandi disastri dell’umanità, paradossalmente, sono dovuti non alla disobbedienza, ma all’obbedienza. Il giudizio critico e la responsabilità della disobbedienza sono principi certamente rischiosi, ma sono conformi alla dignità umana, perché restituiscono ad ogni uomo il diritto di manifestare il suo pensiero e di agire di conseguenza. Dobbiamo, però,  giudicare non nella solitudine individualistica, ma sempre con responsabilità personale insostituibile, nel confronto, nel dialogo e nella solidarietà.

Questo è il mio ultimo atto da insegnante. Non mi resta che salutarvi. Mi mancherà nel mio nuovo percorso di vita il rapporto con voi ragazzi; sicuramente, quello che voi avete dato a me è molto di più di quanto io possa aver dato a voi. Mi avete donato il vostro sorriso, la vostra vivacità, la vostra intelligenza, ho colto in voi i sogni e le speranze della gioventù, le stesse che un tempo avevo anch’io e che il disincanto delle esperienze della quotidianità della vita tende ad affievolire.

Vi abbraccio augurandovi ogni bene

Prof. Francesco Primiceri – Liceo scientifico “Giulio Cesare Vanini” – Casarano