Lavoro: quando la precarietà finisce a 50 anni. La storia (a lieto fine) di una operatrice sanitaria di Gallipoli

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Asl Lecce

Gallipoli – È una storia a lieto fine quella di una 50enne di Gallipoli uscita dalla sua condizione di precarietà lavorativa nel settore della sanità. Una storia che non passerà inosservata per i tanti operatori sanitari precari che attendono da anni un contratto di lavoro stabile.

La donna ha dovuto faticare non poco per vedersi riconosciuti i propri diritti al termine di un vero e proprio “calvario” avviato circa 20 anni fa, quando, finito il regolare percorso di studi universitari di “tecniche di radiologia medica” inizia a lavorare come precaria nelle diverse Asl pugliesi.

La crisi Covid

E nonostante la cronica carenza di personale sanitario, esplosa tristemente alla ribalta proprio nei mesi scorsi durante la pandemia, per lei (come per un po’ tutto il personale sanitario) si prospettavano come soluzione solo incarichi temporanei, accompagnati poi da lunghi periodi “di riposo forzato”, a casa.

Di stabilizzazioni nemmeno a parlarne, almeno sino al 2017, allorché l’articolo 20 del decreto legislativo n. 75 del 25 maggio ha aperto uno spiraglio riferito proprio al caso di chi (proprio come la 50enne di Gallipoli) poteva contare su almeno tre anni di servizio, anche non continuativo, espletato negli ultimi otto anni).

La lunga attesa

Da qui una lunga odissea di domande non riscontrate e di attese lunghe, sino ai mesi scorsi, quando, in piena pandemia, il direttore generale dell’Asl Rodolfo Rollo ha messo mano alle diverse centinaia di domande, stilando una prima graduatoria di aspiranti all’assunzione a tempo indeterminato (allegato “A”) e una seconda, invece, (allegato “B”) di “aventi diritto” all’assunzione.

Anche in questo caso la signora sarebbe stata tagliata fuori, se non fosse partita la diffida di un legale (l’avv. Francesco Ortis  di Gallipoli) indirizzata stavolta non solo alla Asl, ma anche ai vari enti della Sanità regionale pugliese, rappresentando il grave danno dell’assistita nel caso, ritenuto “arbitrario” di disapplicazione del suddetto art. 20.

La firma sul contratto

Dopo aver concesso il canonico termine (questa volta di soli 5 giorni) per sanare la questione con una nuova delibera (pena, stavolta, il ricorso alle diverse sedi della giurisdizione competente) l’avvocato si è vista arrivare la gradita risposta dell’Azienda sanitaria che, in autotutela, ha accolto la richiesta con contestuale invito alla dipendente (ormai non più precaria) di presentarsi nella sede della direzione generale di via Miglietta, per la firma del tanto agognato contratto “a tempo indeterminato”.