I braccianti migranti e Nardò: il rapporto del Centro rifugiati. Tutele, ritardi e caporali: “Il volontariato non basta”

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Nardò – Un quadro ampio e dettagliato su oltre 12 mesi di lavoro tra i braccianti stagionali: è il report del Cir (Centro italiano rifugiati), stilato dagli avvocati Donatella Tanzariello e Mariastella Giannini, insieme alla psicoterapeuta Chiara Marangio e alla mediatrice linguistica Francesca Carrozzo, sulle attività svolte a Nardò tra il 2016 e il 2017 tra masseria Boncuri e le campagne dei dintorni. Un resoconto che punta i fari sulle azioni svolte a tutela dei braccianti (sostegno legale, psicologico e di inserimento socio-linguistico) e sulle numerose situazioni traumatiche e di disagio psicologico che caratterizzano chi vive in condizioni di sfruttamento o ha vissuto esperienze persecutorie nel Paese d’origine.
Dinamiche che vanno ad intrecciarsi con il fenomeno del caporalato, cui secondo le operatrici le istituzioni non hanno dato risposte adeguate: “Lo sforzo condotto nell’arco temporale considerato – scrivono la Tanzariello e le colleghe – se da un lato dà evidenza di soluzioni parziali e di interventi fattibili, dall’altro rileva tutta la fragilità dell’intervento istituzionale che, comunque, risente ancora di un approccio emergenziale”.
Passano in rassegna tutte le circostanze rilevate in questi mesi le attiviste, dal ritardo nell’arrivo delle strutture abitative, inaugurate nella seconda metà di agosto, alla “scomoda” sistemazione trovata ai migranti rimasti a Nardò dopo la chiusura della struttura – ad ottobre – collocati in un’abitazione di Santa Caterina. E ancora, le richieste inascoltate dai tavoli in Prefettura nei mesi precedenti al grande flusso estivo, dallo spostamento presso Boncuri del servizio “Liste di prenotazione in agricoltura” all’organizzazione di un servizio navetta. “Come pure rimaneva priva di risposta – sottolineano – la richiesta di stabilire una volta per tutte se la normativa imponesse o meno l’onere dell’accoglienza in capo ai datori di lavoro”.
Il Cir critica anche il quadro legislativo nazionale che rende difficoltosi i processi di inserimento e regolarizzazione, e punta il dito sulle grandi ditte della distribuzione commerciale, spesso indifferenti al contesto. A tal proposito, nei giorni scorsi, nell’ambito della prima udienza del processo per la morte di Abdullah Mohammed proprio nelle campagne dell’Arneo, la pm Paola Guglielmi ha tra l’altro rigettato la richiesta da parte di Mutti e Cirio di costituirsi parte civile nel procedimento. “Occorre sottolineare – concludono le operatrici – come le azioni di tutela sono state effettuate su base volontaria e gratuita e senza una delega concreta, strutturata e programmata: il volontariato non può essere e non deve essere una soluzione al fenomeno”. (Nella foto assemblea dei migranti a Boncuri)

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