La Xylella e i primi punti fermi. Ricercatori da ogni parte d’Europa nel congresso “divulgativo” di Racale. L’esempio inglese

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Racale – E’ iniziato stamattina e si concluderà domani sera il congresso “scientifico divulgativo” su Xylella e resilienza, qualcosa di più di una semplice resistenza. Su iniziativa della cooperativa Acli presieduta da Enzo Manni, i lavori si sono subito incentrati sul cammino compiuto dai ricercatori finora, cammino inedito, impervio ed ancora non concluso.

L’ambizione di abbattere muri tra il mondo degli scienziati e studiosi e quello delle campagne è riuscita a metà. Troppo difficile, evidentemente, parlare facendosi comprendere di vasi xilematici, volatolomica, acido azetaioco, microbioma ed endoliti.

Come si è arrivati alle specialità resistenti

Una folta schiera di giovani, meno giovani, appassionati ricercatori ce l’hanno messa tutta però in un frantoio con i macchinari nuovi di zecca, acquistati quando ancora gli ulivi (e le olive) c’erano. Adesso i problemi drammatici che si vivono già in Corsica, alle Isola baleari e in Spagna, si cominciano a registrare anche in Portogallo, ultimo Paese in cui si è registrata la presenza del batterio da quarantena.

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Lo sforzo principale, fin dalla presentazione del direttore scientifico del congresso, Daniele Cornara, salentino di Salve, impegnato in progetti scientifici in Italia e negli Usa, è stato quello di dare conoscenze il più possibile ma anche fiducia, chiedendo tempo: “Xylella ha causato problemi sociali, culturali, antropologici, non solo economici”.

I risultati richiedono il tempo necessario

Occorre pazienza circa le alternative, dunque, in uno scenario complesso, mentre si concretizzano le prime intuizioni. Dall’Istituto per la protezione sostenibile delle piante del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Bari e da Unisalento sono stati ripercorsi i tragitti verso l’individuazione delle cultivar resistenti, Leccino e Fs 17 (Favolosa).

Altri aspetti più squisitamente per addetti ai lavori hanno toccato la vasta gamma di piante suscettibili (circa 560 specie per la Xylella fastidiosa subspecie pauca) per cui i monitoraggi risultano molto laboriosi; la mancanza di precedenti scientifici almeno in questa parte del mondo (la Xylella che ha colpito gli agrumi in Brasile e la vite in California); le potenzialità di microorganismi antagonisti, di batteri endoliti e le risposte biochimiche usando molecole lipidiche, questioni aperte per lo più già note.

Particolarmente inedita è stata invece la relazione di una giovane ricercatrice, impegnata a tempo determinato nel Centre for Ecology and Hidrology di di Wallingford (una specie di Cnr inglese). La dottoressa Flavia Occhibove ha illustrato la grande mole di lavoro nel prefigurare a scopo preventivo uno scenario che intanto in altre parti d’Europa già è realtà. Misure diverse e complesse anche queste, per le quali il governo della Gran Bretagna ha stanziato di recente altri 5 milioni di sterline. Altro lavoro per la relatrice, ma anche altro materiale su cui riflettere.

Il “citizen science”, fondamentale per la prevenzione

Materiale interessante come quello, sempre di provenienza inglese, in cui il pubblico è stato stimolato a partecipare, segnalando e informando su quanto può essere ricondotto ad eventuali infezioni vegetali. Il progetto Brigit prevede infatti, tra vettori, piante soggette ad ospitare il batterio, il ruolo ritenuto fondamentale del “Citizen science”, tipo “cittadino scienziato”. Collaborazione è l’invito-appello che coinvolge anche le associazioni agricole, specialisti di altre discipline per una stretta condivisione di dati. Tutto questo in un Paese in cui la Xylella ancora non c’è.

Il programma Domani, venerdì 20, i lavori riprenderanno alle 10. In  programma contributi da esperti di Torino (Università), Madrid (Istituto de Ciencias agrarias), Fondazione Edmund, Mach, Università del Molise e di Padova, Istituto agronomico mediterraneo, Università della Tuscia di Viterbo, il Cnr di Bari. L’iniziativa è promossa anche dal progetto europeo Ponte.

 

 

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