La silenziosa scomparsa degli archivi comunali, grave perdita per la storia locale

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Si genera non poca rabbia, personalmente parlando, quelle volte in cui occorre ricostruire dei castelli di carte, quando queste ultime neanche esistono.

Alessano purtroppo è uno dei luoghi della Terra d’Otranto in cui è stato perpetrato un vero e proprio eccidio silenzioso ai danni degli archivi, di ogni sorta, dagli ecclesiastici ai privati, che formavano quel castello di carte che, in merito a certi eventi storici, è irrimediabilmente caduto, condannando a una damnatio memoriae pagine di storia locale che nobiliterebbero quei paesi che oggi si risolvono in un “addhai nu c’è nenzi”.

Le antiche origini della dispersione documentale

Il gesuita Antonio Grassi, scrivendo nel Settecento la cronaca della sua famiglia, disse chiaramente che il suo antenato Altobello nacque nel 1550 ad Alessano, e fu battezzato dal parroco Gian Carlo Del Tufo, come si rileva dalla fede battesimale. Oggi sappiamo che i registri parrocchiali alessanesi iniziano dal 1616 (come d’altra parte già disse lo storico Giacomo Arditi nel XIX secolo), mentre quelli dei morti qualche anno prima, anche se con enormi lacune temporali.

La domanda quindi è: dove sono finiti i registri dei battezzati dal 1550 al 1616? Questo non è dato saperlo. Sorte peggiore, però, è toccata all’archivio dell’ex Universitas (che era l’antica organizzazione municipale di un paese) di Alessano, di cui oggi rimangono solo le
conclusioni decurionali dal 1793 al 1832. Anche qui vale lo stesso discorso dei registri parrocchiali, sicché come disse il quondam professore Giovanni Papuli nel suo saggio sull’uccisione di Donato Legari (facoltoso commerciante tricasino abitante ad Alessano e ivi ucciso nel 1574), i documenti da lui analizzati provenivano dal disperso archivio ducale di Alessano, di cui suo zio Pietro potette recuperare alcune briciole.

Archivi scomparsi

Ma dov’è finito quindi questo archivio? In quale cantina queste carte stanno prendendo polvere e pesciolini d’argento, nell’attesa che una contesa ereditaria le riporti alla luce o che qualche alluvione le distrugga? Non si sa. Tuttavia in questo caso potrebbero venire in nostro soccorso gli archivi notarili: neanche quelli, infatti questi ultimi sono stati un’altra tipologia di archivi che ha subito le perdite maggiori.

Se oggi avessimo i rogiti di Scipione Panza o Bartolo Pane, che erano i notai più attivi tra Montesardo e Alessano tra XVI e XVII secolo, sapremmo (letteralmente) vita, morte e miracoli di tutti i vari Cesare Rao, Francesco Storella e Girolamo Balduino, di cui rimangono solo i nomi e le opere, forse l’unico motivo per cui non sono stati dimenticati come tanti loro compaesani. Tutto ciò è a dir poco grottesco.

Ma per ritornare all’archivio municipale alessanese, queste carte dov’erano conservate? La situazione qui è un po’ controversa; è sicuro che le scritture concernenti il feudo (e non) di Alessano erano custodite in casa degli Ayerbo D’Aragona, storici feudatari del paese dalla metà del Seicento fino al 1857 circa. Le carte erano raccolte in ben 13 volumi, di cui fu fatto anche uno spoglio che finì addirittura fuori Alessano, come si evince dal catalogo dei libri della libreria antiquaria di Gennaro Cioffi a Napoli e pubblicato nel 1879-’80. Cioffi però, bisogna precisarlo, possedeva non le scritture vere e proprie, bensì lo spoglio delle medesime fatto in un manoscritto del 1731 di 632 pagine che aveva il seguente titolo: “Spoglio conciso dei XIII volumi che contengono tutte le scritture feudali dello stato d’Alessano, che finora ritrovate sono nell’archivio dell’illustrissima et eccellentissima casa dei signori d’Aragona d’Ayerbo principi di Cassano, duchi d’Alessano ecc. felice regnante nel dominio feudale”.

Tasselli mancanti nella ricerca storica

Eccetto questo manoscritto, tutte le altre carte rimasero ad Alessano e furono di proprietà della famiglia Sangiovanni che subentrò agli Ayerbo nel Novecento, come testimoniato da Luigi Corvaglia, il quale nel suo articolo del 1952 su Cesare Rao scrisse che il suo amico Giacomo Stasi gli riferì di aver visto, in un volume di scritture appartenenti alla famiglia alessanese, un atto riguardante il matrimonio della vedova del filosofo.

Ora, senza addentrarci sulla veridicità della notizia su Rao, rimane il fatto che Stasi ebbe la possibilità di vedere fisicamente questo archivio di scritture appartenenti ai Sangiovanni, che dopo 68 anni nemmeno gli attuali eredi sanno dove sia finito.

L’importanza dei documenti antichi

Dunque ecco che di fronte a eccidi simili, di cui Alessano rappresenta solo una goccia in mezzo al mare, e che comunque pregiudicano inequivocabilmente la ricerca, gli studiosi locali dovrebbero far arrivare al lettore il chiaro messaggio che ricercare, interpretare e pubblicare documenti riguardanti la storia dei paesi in cui viviamo non sono mezzi tramite i quali gonfiare il petto dalla superbia o sollevare querelle infinite.

Servono, bensì, a sensibilizzare chi legge su quanto un documento antico non sia un semplice accendifuoco per riscaldarsi durante l’inverno o un suppellettile, ma un patrimonio collettivo inestimabile che aiuta a render più coscienti della storia della terra in cui si vive, e la cui importanza, se è nulla per uno oggi, può essere il contrario per altri cento domani, che non dovranno arrampicarsi su muri lisci pur di ricostruire il passato di tutti per semplice amor di verità.

Andrea Torsello – Alessano