La Costituzione italiana parla anche salentino

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copertina_serrat_sitoGli articoli della Costituzione italiana si possono “sentire” di più se ci parlano in dialetto salentino? Risulta più convincente l’incipit dell’art.3 se alla maestà del dettato in italiano sostituiamo quello salentino: «Tutti li cittadini tenenu la stessa tignità suciale e suntu pari nnanzi lla legge, senza tistinzione te sessu, te razza, te parlata, te religione, te upinioni pulitiche, te cundizioni persunali e suciali. Ete cumpitu te la Repubblica lliare li ustaculi te ordine cunomicu e suciale, ca, limitandu te fattu la libbertà e la parità te li cittadini…” e così via.  Leggendo “La Costituzione  Italiana in dialetto salentino” di Vincenzo Serratì (Congedo editore), di Squinzano, si ha l’impressione di sentirsi raccontare gli  articoli, uno dopo l’altro, dai nonni davanti al focolare una sera d’inverno.

L’uso del dialetto rende il ritmo colloquiale, i termini  scavano nella memoria e portano alla coscienza e rafforzano anche il senso di alcuni valori. L’autore riduce il distacco e la freddezza della legge,  annulla la rigidità,   rende tutto più malleabile così com’è  la lingua dialettale. Un godimento, anche per la precisione delle note che arrichiscono e spiegano i termini localizzandoli nei vari paesi, per chi conosce il dialetto, lo parla, capisce le sfumature semantiche. Resta un dubbio: quanti ragazzi capiscono al volo questa bella traduzione della Costituzione?

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