La comunicazione di regime in tempo di guerra nel volume di Luigi Marrella

566

Casarano – Un recente volume di Luigi Marrella “Fiocchi di lana e scaldarancio – Microstorie per una lettura del ventennio fascista” (Manduria, Barbieri Selvaggi editore, € 25) ricostruisce e analizza la comunicazione del regime in tempo di guerra e completa un’ideale tetralogia nella quale l’autore ha assunto come oggetti di studio i quaderni, i diari, i libri di scuola del ventennio, non come graffiti di una generazione, ma oggetti ai quali il fascismo intende assegnare una funzione preparatrice, anticipatrice, allusiva, all’interno di un complessivo progetto pedagogico che si avvale della forza delle istituzioni e della potenza dei mezzi di comunicazione di massa.

Marrella (di Casarano) racconta gli anni del declino del regime, il disincanto e il ripiegamento morale di un popolo oppresso dalla indigenza e dal sentimento della sconfitta. Il trionfalismo, la monumentalità littoria, la retorica della forza, lasciano il posto all’immagine di un paese dimesso, dove si cerca di sopravvivere alla meglio, facendo di necessità virtù; dove l’iconografia delle armate e delle baionette declina nella modestia del segno, del messaggio, della favola consolatoria, della religiosità popolare di Rigorini e del futurista Tato (G. Sansoni); dove l’esaltazione stentorea del militarismo, ripiega nell’illustrazione di soldati in divisa coloniale che con trasporto empatico soccorrono, nutrono, curano, aiutano bambini neri delle terre africane conquistate e spezzano le loro catene, perché “Roma, madre di civiltà… apportatrice di civiltà e benessere… sopprime le catene… come atto civile e cristiano”; dove il libro di scuola della riforma Bottai parla più di campi, di orti, di attrezzi da lavoro, di allevamenti di galline e conigli, di ricamo e lavoro a maglia, e meno di sponde fatali, di parate e gagliardetti.

Così, nel regime degli ammassi e dei razionamenti, dei generi alimentari introvabili e del mercato nero, dell’inflazione e del crollo del potere d’acquisto dei salari, le agende-ricettario del ’41 e ’42 di Lidia e Adelino Morelli insegnano l’arte di arrangiarsi proponendo un bric à brac di buone pratiche, un bricolage domestico e culinario per la sopravvivenza, una saggezza casalinga capace di conferire alle dure ristrettezze economiche ed alimentari della guerra, il tono di una sapiente e consolatoria quotidianità: la cucina povera, il riciclo e il riuso degli scarti, i sostituti di zucchero e caffè, i surrogati di olio e condimenti. Una lezione di economia domestica che in Lidia riflette la retorica della ‘massaia rurale’.

Pubblicità
Luigi Scorrano

In un capitolo-intervista al dantista Luigi Scorrano (di Tuglie), Marrella ripropone il tema del maldestro tentativo di uso politico della grande tradizione letteraria italiana e di Dante in particolare, da parte del regime fascista. Un tentativo, sostiene Scorrano, destituito di ogni legittimità critica o accademica, mentre la cultura vera si muoveva sotterranea in tutt’altra direzione, compresa la grande critica dantesca, o si raccoglieva, a partire dal ’35, prendendo gradualmente le distanze dal regime e dal suo sciovinismo, nella fronda dei Guf da cui sarebbero nati, in molti casi, la classe dirigente della repubblica e l’antifascismo.

Anche Il corriere dei piccoli, un classico dell’editoria per l’infanzia, adegua ai tempi, con astuta tempestività, la galleria dei suoi personaggi. Marrella ne analizza il canone editoriale, la costante sintonia con i grandi avvenimenti della storia e col sentimento prevalente dei lettori: il terremoto di Reggio e Messina, la campagna d’Africa e la Prima guerra mondiale, il biennio rosso coi piccoli proletari Comunello, Proletino e Spartachino, la Piccola italiana e il Balilla negli anni del regime trionfante, il Signor Bonaventura che guadagnava sempre un milione mentre l’Italia piccolo borghese sognava mille lire al mese, fino alla catarsi democratica nel ‘45.

Persino gli annulli postali, timbri anonimi per la burocratica obliterazione dei francobolli, vengono elevati dall’autore alla dignità di documento. Banner pubblicitari di soggiorni termali, di sigari e sigarette, di lotterie; inviti ad aderire la prestito littorio, alla battaglia del grano; celebrativi di eventi speciali come il patto Roma-Berlino, diventano, negli anni di guerra, l’ossessivo, martellante, pervasivo invito a tacere.

Ancora e ancora immagini in questo bellissimo volume di Marrella, raccolte con la pazienza del collezionista e la passione dello storico. Molte originalissime, introvabili, come l’album di fotografie dei piccoli alunni della scuola “Michele Coppino” di Alba nelle “Giornata del fiocco di lana” e dello “Scaldarancio” che danno il titolo al libro. Piccole folle di bambini festanti nel cortile della scuola tutti avvolti nell’egualitario grembiule nero con colletto bianco e fiocco azzurro, sotto l’entusiastica guida di zelanti maestri, orgogliosi dell’esito dell’impresa pedagogica e patriottica. Carretti della GIL colmi di sacchi di lana per i guanti e le maglie dei soldati, riempiti con la lana portata dagli alunni, tolta fiocco a fiocco dai loro cuscini e dai materassi. Aule trasformate in improvvisati laboratori per la confezione degli “scaldarancio”, piccoli cubi di carta pressata e imbevuta di cera per scaldare a lenta combustione e senza fiamma il rancio dei soldati al fronte. Un’invenzione giapponese già in uso nella Prima guerra mondiale, promossa ora da un apposito comitato nazionale.

Marrella espone e racconta, infine, le letterine che gli scolari mandavano ai soldati al fronte. Non inganni la tenera e a volte commovente prosa, il florilegio stereotipato di buoni sentimenti, i disegni di fiori, cuori e bandierine dei piccoli scrivani. Era una vera violenza sui minori, una coartazione pedagogica sull’ultima generazione di italiani. Sono lettere tracimanti parole d’ordine e retorica propagandistica, evidenti plagi di zelanti maestri, che ci rimandano l’immagine sconfortante di una generazione di scolari e studenti schiacciati da una pedagogia adultistica; ma anche di maestri corrivi e complici del regime, talvolta obbligati o acconci al conformismo delle ideeuesto di Marrella, un libro sapiente, appassionato, forse il più maturo, nel quale il racconto del fascismo, colto al suo epilogo, raccoglie e compendia nella pluralità dei registri narrativi, il senso finale e compiuto di quell’epoca della storia italiana. È come il catalogo ragionato di una grande mostra sul regime nel quale la parte didascalica descrive con sapienza l’immagine, ma non si sostituisce, non si sovrappone ad essa. Ma non per questo è un’operazione neutra o, peggio, neutrale: al contrario, introduce e forse inaugura una nuova linea di metodologia della ricerca storica che supera il didatticismo e l’ideologismo tipici della sconfinata storiografia sul fascismo, e lascia parlare i segni, i simboli, i graffiti sapientemente ricomposti, disposti e proposti con muta eloquenza alla sensibilità e alla coscienza del lettore. e alla pedissequa trasmissione dei messaggi, a cui fanno riscontro le commosse, ma dimesse, rassegnate, disincantate risposte dei soldati, anche quando ricalcano i luoghi comuni della propaganda bellicista. Uno di loro scrive: “E i pidocchi? Sono una delle cose più umilianti a cui siamo sottoposti. Pazienza, tutto per l’Italia”. Un altro: “I soldati nulla attendono dal paese, ma per il paese accettano con semplicità, eroi senza saperlo, sofferenze, privazioni, sacrifici ed anche la morte. Essi non sanno dirti cosa sia veramente la Patria, ma la sentono radicata nel cuore”.

di Remigio Morelli

Pubblicità