1536637_630150720379769_591247830_nPer luogo comune o per forza di cose, il Natale è quel periodo dell’anno in cui tornano con insistenza alla memoria i ricordi dell’infanzia. Così, quasi per paradosso e in automatico, alla frenesia consumistica di questi ultimi anni si contrappongono nella mente la dolce tranquillità, il calore e la semplicità che ci avvolgevano da bambini, quando la situazione economica non era più rosea di quella attuale ma un forte spirito di essenzialità ci rendeva felici con poco.

Cinque erano i pilastri del Natale salentino: la chièsia, il luogo in cui attendere simbolicamente il sorgere del Sole, ogni mattina per nove giorni di seguito, tra canti e invocazioni, rinnovando la disponibilità ad accogliere e adorare il “Re Signore, che sta per venire”; la màttra, il magico mobile per gli impasti sul quale nonne e mamme davano forma a pucce, pettole, cartiddhrate e purciddhruzzi, una sorta di altare domestico su cui le donne riproponevano la teologia culinaria del lievito evangelico che fermenta la massa e del Dio fatto carne, che rimane tra la sua gente in forma di Pane; la bbànca, la tavola imbandita per decine e decine di persone, capaci di condividere quel poco che sa di molto; lu bbrisèpiu, un microcosmo, dovizioso di particolari, in cui inquadrare metastoricamente l’incarnazione del Figlio di Dio; il fucalìre, il grande camino, luogo fatato e metafisico dei racconti dei vecchi, al caldo bagliore del fuoco.

Intorno a quest’ultimo, le nenie e le rime dei nonni rincalzavano, lasciando i più piccini a bocca aperta davanti a tanta sapienza senza pretese, ricca di quella cultura priva di orpelli con cui nessun docente universitario potrà mai competere. Si imparava così, contro ogni legge di natura, che nell’insolito tripudio della creazione rinnovata dalla nascita del Dio Bambino “la notte ti Natale / stròlica in grecu ogne animale, / li ciucci pàrlanu comu cristiani, / càntanu e bàllanu puru li cani” (la notte di Natale borbotta in greco ogni animale, gli asini parlano come fossero umani, mentre anche i cani cantano e danzano). Si ricordava come il Divino Infante non pretenda molto dall’Uomo, se non un pizzico di buona volontà nel vivere le virtù: “iò, ti parte mia, àddhru no tegnu / ca quisti doni cu ti mentu ‘nnanti: / ti fede, ti speranza e caritàte / tre pignatièddhri sempre spittirrànti” (io, da parte mia, non ho altro da presentarti che questi doni: tre piccole pignatte sempre traboccanti di fede, speranza e carità). Si imparava che, spesso, dal molto manca e dal poco resta, se si è capaci di condivisione di ciò che è concesso all’uomo dal frutto del proprio lavoro e dalla benevolenza di Dio, per la cui grazia ” ‘na muddhrècula ci minò, / tuttu lu mundu si bbinchiò” (con una mollica di pane che lasciò cadere dal Cielo, fece sì che tutto il mondo si saziasse).

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Insomma, allora più di oggi, si era in grado di fare proprie l’essenzialità e la gioia che irradiano dall’umile grotta di Bethlem. Sono valori non sempre di moda nell’attuale società del falso benessere e del consumismo, veri fautori della crisi che attanaglia il nostro tempo. Con i loro versi, i nostri Padri ci hanno testimoniato come si possa essere pienamente felici godendo di ciò che si ha… anziché eternamente infelici, in balìa di passioni irrealizzabili e vuoti capricci. Sia questo il vero spirito del Natale!

Francesco Danieli, Galatone

 

 

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