Il fascino irresistibile della realtà fatta su misura

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Questo non è il classico articolo di fondo del direttore, in genere molto ma molto più breve. Si tratta dell’intervento che ho fatto all’ultima edizione del Premio giornalistico Aldo Bello sul tema affidatomi “Il fascino irresistibile della realtà fatta su misura”. Per parlarne ho fatto qualche ricerca, ho impiegato un po’ di tempo, ho messo insieme numeri e parole, prima che commenti. Il riscontro ottenuto quella sera a Matino e successivi contatti mi hanno spinto a pubblicarlo qui. Ci vuole un po’ di tempo per leggerlo ma forse non è tempo perso se si vuole capire qualche cosa di quello che sta accadendo con questa ultima rivoluzione tecnologica. Nel bene e nel male. Fatemi sapere.

 

Salve, sono Frediano D’amore, sono giovane, alto, biondo, occhi azzurri… Se fossimo davanti ad uno schermo sarebbe questa l’immagine “suggerita” dalla mia autodescrizione e smisurata autoconsiderazione.

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Ciascuno di voi potrebbe ricavarne un interesse, una sensazione, una emozione, graduare una risposta, auspicarne un’altra, percepirne un piacere, sfornare un commento, eppure… Eppure se quello schermo si potesse per magia improvvisamente infrangere, la realtà che ne verrebbe fuori sarebbe ben diversa, quasi opposta. Ma anche se ciò accadesse, siamo proprio sicuri che all’apparire del vero (anziano, basso, capelli brizzolati occhi marrone) noi ne prenderemmo atto? O resteremmo attaccati alla prima narrazione, decisamente più piacevole, comoda ed accattivante?

L’episodio sul presunto pedofilo e moti da giustizia sommaria dell’estate scorsa avvenuto in una notte a Mancaversa, dicono molto. La caccia al violentatore di una ragazzina (fatto falso) e la marina cinta d’assedio fino all’alba (fatto vero) con un cinquantenne barricato (fatto vero) hanno registrato quasi 28mila lettori. Il fatto verificato la mattina successiva (un incontro nato su fb tra ragazzi e ragazze con un presunto coetaneo della Campania; nessuna violenza, solo una lama impugnata per difendersi e denunciato per questo) ha interessato poco più di 4mila persone. Come mai?

La forza del falso, come direbbe Umberto Eco,  è la benzina delle fake news, termine di prepotenza entrato nel gergo quotidiano e nella Treccani: “notizie false, con particolare riferimento a quelle diffuse mediante la Rete”.

Fake news è oggi una parolina magica che serve a zittire il nemico, ridurlo al silenzio: se dici qualcosa su cui non sono d’accordo, ti accuso di dare notizie false. Un’arma da sfoderare quando non si sa più come uscire da una discussione in atto o non si ha alcun interesse a “vedere” l’avversario, come a poker.

Ma le fake news esistono davvero e non cadono dal cielo, a quanto pare.

Uno studio recente dello Human Highway (dicembre 2017, sviluppa analisi e indagini on line) fissa in 90 i siti che in Italia hanno come obiettivo editoriale quello di creare e diffondere false notizie. Si tratta in gran parte di Fake news non totalmente false ma di metodi studiati per presentare i fatti in modo distorto, magari intorno ad un solo elemento di verità, orientato esplicitamente a sostenere tesi pregiudiziali ed a generare odio e disgusto.

I siti oggetto dell’indagine sono ancora attivi e producono ancora oggi una media di 600 fake news al giorno, ciascuna delle quali è condivisa almeno 350 volte. Fate voi un po’ di conti.

Ancora in Italia La organizzazione non governativa Avaaz, che si occupa di diritti umani e di campagne ambientaliste, ha segnalato a Facebook che le ha chiuse, 23 pagine – con circa 2,5 milioni di follower – che diffondevano notizie false e contenuti di odio in violazione delle regole della piattaforma social.

Delle pagine chiuse, la metà facevano capo a due tra i maggiori partiti italiani; una era nata come la pagina di allevatori di Messina per poi gradualmente cambiare i contenuti, fino a diffondere vicende politiche e notizie campate in aria. Altre fingevano di avere contenuti neutri (o esplicitamente di parte, come il Gino Strada presidente della Repubblica…) ma in realtà condividevano sistematicamente contenuti di estrema destra. Avaaz ha individuato anche una selva di falsi profili.

“Le pagine oscurate – ha aggiunto La Stampa di Torino – potrebbero essere solo una piccola parte di un sistema di disinformazione strutturato e capillare che potrebbe arrivare a coinvolgere 104 pagine e 18 milioni di follower”.

La seconda campagna elettorale nell’epoca dei social Il prof. Ruben Razzante, docente di  Diritto dell’informazione alla Cattolica di Milano, al Festival dell’informazione giornalistica locale (Figilo, gennaio scorso) che si tiene a Gallipoli, nel corso del suo intervento ha affermato che la prima campagna elettorale in cui hanno avuto chiaramente un peso i social è stata quella del marzo 2018 (Politiche), la prima nella storia di questo nuovo mondo nato con internet e smartphone. “La prossima (Europee) ne registrerà uno ben maggiore”.

Sullo stesso argomento si sono “attenzionati” i servizi segreti italiani  che hanno lanciato l’allarme un paio di mesi prima del voto: “Si temono azioni xenofobe e rischio Hacker”. Erano perciò stati studiati ed attivati dei ciberesperti allo scopo di monitorare la rete  a caccia di possibili tentativi di “inquinamento” del dibattito politico.

Ma non è che i siti spacciatori di realtà deformate siano tutti rivolti ad utenti del mondo politico ed alle dinamiche conseguenti. L’obiettivo, a pagamento, di generare consenso prefigurando una realtà di comodo e cavalcandola è solo uno dei binari su cui marciano sempre più velocemente le fake news. In numerosi casi, tutto si fa esclusivamente per soldi.

Il numero di cliccate è denaro, ci si incammina su questa strada per attirare il massimo di attenzioni, di cliccate e quindi di soldi portati dalla pubblicità sulla tua pagina.

Il Corsera ha pubblicato la storia del gestore di una di quelle pagine che fanno milioni di like, click e condivisioni. Con post contro personalità prese di mira e che fanno audience, al pari di altre questioni come gli immigrati.

Funziona così:un testo di poche parole con cui si attribuiscono a qualcuno cose mai dette e mai fatte; una foto; tanti insulti, e caratteri cubitali a josa: VERGOGNA!!! PARASSITA! LARVA UMANA!! DEVI MORIRE!

Il gestore di una di queste pagine, intervistato dal giornalista che è andato a trovarlo, è risultato essere un muratore 52enne disoccupato. Alle domande, ha risposto che lui non ce l’aveva con nessuno, che manco andava a votare ma che aveva scoperto che il sistema per indirizzare l’odio verso qualcuno o qualcosa rendeva: 600 euro al mese, per l’esattezza. Con le inserzioni pubblicitarie.

Ma è solo una delle tante esche da click che – consapevolmente o meno – orientano in maniera significativa il nostro modo di essere, di pensare, di reagire; lo scontro politico; le scelte elettorali.

Dalla Calabria alla Macedonia Il caso Trump e le elezioni che lo hanno preceduto è noto: i dati comprati o sottratti ad un grande social per arrivare a milioni di elettori per le  Presidenziali Usa. Wired ha rintracciato siti macedoni che tra agosto e novembre di quell’anno hanno guadagnato ciascuno 16mila euro: pochi? Lo stipendio medio lì è di 371 euro.

Ci ha pensato Trump, ma prima di lui ci era arrivato Obama nel 2008. Il suo team ha raccolto decine di migliaia di interviste a elettori potenziali negli Stati chiave; poi ha costruito centinaia di profili di riferimento con specifici messaggi persuasivi passando nel 2012 dagli incontri faccia a faccia ai media digitali.

Se questo sistema prolifera nel mondo, qualche ragione ci sarà. Il metodo è scientifico. Per aumentare il mio consenso seguo l’orientamento dei più che si basano su quanto percepito; io mi ci affianco e divento “uno di voi”. Senza badare tanto alla realtà, quella vera, non quella supposta, alle falsità, ai veri e propri raggiri della credulità popolare. Succede anche in Italia.

Uno dei maggiori leader politici ha uno staff di professionisti che monitorano i social; analizzano quotidianamente gli argomenti più discussi, da Sanremo a Montalbano, al calcio; verificano l’opinione dominante attraverso l’analisi dei sentimenti su ogni argomento. A quel punto il leader (virtualmente è lui, in effetti è uno del suo staff); sempre virtualmente il leader rilascia dichiarazioni in sintonia con l’opinione maggioritaria, in modo da essere avvertito come vicino al pensiero comune.

In pratica: il leader controlla quello che pensi e poi ti dà ragione.

Ci sono sempre stati gli spacciatori di notizie false, dicono. Vero. Negli anni 50, piena guerra fredda post guerra mondiale e suddivisione del mondo in due blocchi. Chi stava di qua voleva far credere che “i comunisti mangiano i bambini”. Con la frontiera di mezzo, chi poteva andare a verificare?

Ancora prima si è raccontato di un certo Odisseo, epica greca, noto come un vero produttore di falsi. Al ciclope che gli chiedeva come si chiamasse rispose Nessuno. Dai suoi contemporanei era visto come uno dal multiforme ingegno. Arrivò a scrivere una lettera falsa pur di incastrare il suo nemico Palamede.

Sinone è l’altro: abbandonato dai greci col cavallo davanti a Troia, fece la parte della vittima designata davanti agli ex assediati. E del cavallo spiegò che voleva essere una sorta di espiazione per una guerra così lunga e terrbile, Dante lo mette nel girone dei Falsari, non a caso.

Ma prima della rivoluzione tecnologica ultima, si trattava pur sempre di comunicazione orale, scritta in ambiti ristretti, lenta a propagarsi, come lente erano le eventuali risposte con mezzi che comunque rallentavano ogni dinamica umana.

Adesso abbiamo un giocattolo di cui gli stessi ideatori sembrano avere paura, come se gli fosse scappato di mano o non avessero previsto certe utilizzazioni. E’ la “grande ragnatela mondiale” (le famose WWW) del padre dei siti, l’informatico britannico Tim Berners -Lee a reclamare regole e controlli.

Anche il creatore del social più famoso (che ora controlla anche Instagram, Twitter, Whatsapp), Mark Zuckerberg ha espresso le preoccupazioni che nutre da cittadino, con un articolo sul Washington Post del marzo scorso, appellandosi ai Governi, agli Enti regolatori di tutto il mondo, per scrivere nuove regole e proteggere il Web da contenuti pericolosi. Fino al bisogno di garantire l’integrità del processo elettorale.

Per tutelare la privacy delle persone (uno degli aspetti del mare magnum), è di recente scesa in campo anche l’Unione europa, con il Codice per la tutela dei dati personali in vigore dal 25 maggio scorso.

Ma intanto la piattaforma di Zuckerberg procede cancellando ogni giorno un milione di account falsi, assumendo migliaia di esperti in Inghilterra e negli Usa. Non basta, dicono di non poter fare di più al giorno: non basta ma forse non si può fare di più. Va anche detto, per completezza, che Zuckerberg  non è arrivato a tanto per nobili ideali democratici o un sussulto di filantropismo.

“Ho trascorso gli ultimi due anni riflettendo su questi temi“, ha scritto.  Un po’ ci è stato costretto dalle grane giudiziarie a raffica da ogni parte del mondo per diffamazione, violazione della privacy, (il caso della donna salentina filmata in atteggiamenti intimi e messa in rete con conseguente querela è uno degli ultimi), per contenuti antisemiti e razzisti, per non parlare dei crolli in borsa, delle denunce dei suoi azionisti per i repentini cali del valore delle azioni. Il Time gli ha dedicato una copertina emblematica due anni fa circa: il suo giovane volto pieno di cerotti.

In questo mondo in veloce divenire che fare? Se lo cominciano a chiedere inellettuali, filosofi, insegnanti, sociologi, qualche politico. Le risposte non sono affatto facili né a breve tempo

Intanto “senza la comprensione delle specificità delle moderne fake news e dei legami con i processi di comunicazione, costruzione sociale, persuasione e interazione, diventa difficile capire sia i cambiamenti che questi processi comportano, sia come combattere le fake news”, avverte Giuseppe Riva ordinario di Psicologia della comunicazione all’Università Cattolica di Milano.

Quante domande Le fake news sono semplicemente un nuovo modello di disinformazione? Quali meccanismi tecnologici e psicosociali ne hanno permesso una tale diffusione? Possiamo difenderci? E come? La ricerca, in tutti i sensi, è aperta.

Hanno dato un contributo anche gli studenti che hanno indagato, approfondito ed elaborato le loro ricerche in questo premio dedicato ad un giornalista liberale (Aldo Bello, ndr), che “andava a vedere” con occhi nuovi ma non ingenui, prima di mettersi a raccontare. In questi testi ci sono spunti, dati, citazioni ed anche suggerimenti sensati e pratici, come quel “Siamo ribelli: pratichiamo la gentilezza”, nel mentre si mette in guardia dalle foto di un qualche personaggio frutto di ore e ore di lavoro per addolcire curve, occultare rughe, stregare con colori e nuances.

Chi ci ha pensato, ha riflettuto, si è documentato non ha potuto non soffermarsi sulle eccezionali oscillazioni elettorali analizzate nel rapporto Aspi o sui comportamenti dei giovani raccolti dall’Osservatorio sulle tendenze giovanili, fino al rapporto Giovani 2018 dell’Istituto Toniolo.

Il campo è vasto, per certi versi sconosciuto tanto che richiedono ormai specializzazioni finora ignorate. Si affacciano nuove discipline a livello universitario: Scienza delle Reti, Psicologia cognitiva della comunicazione, Ciberpsicologia…

E si comincia ad accennare al ruolo che devono avere le Istituzioni: in un convegno a Gallipoli il prof. Fabio Ciracì di Unisalento (Storia della filosofia) si chiede se sia giusto e normale che una infrastruttura simile come la ragnatela mondiale sia in mano ad un privato e non piuttosto alla Stato.

Intanto che maturi una qualche consapevolezza in proposito, i nostri compiti quali sono? Leggere, informarsi, controllare le fonti, verificare gli assunti e magari rilanciare notizie vere con il sorriso e la gentilezza, che non costa nulla ma fa andare in bestia gli odiatori.

Qualche esempio consolidato di fatti dati per certi, sicuri, garantiti al 100%. In Italia gli stranieri extracomunitari non sono il 30%, in realtà sono l’8,5%. I musulmani non sono il 20% ma 2,3%. La disoccupazione in Italia non è al 40% ma al 10,7 (è la giovanile ad avere il record di oltre il 30%). In Italia i morti per terrorismo islamico sono zero. In Italia i lavoratori stranieri versano 13 milioni di contributi previdenziali e producono il 9% del Pil, pari a 130 miliardi l’anno. In Italia furti rapine omicidi e stupri sono in calo negli ultimi dieci anni. Sono dati ricavati dalla indagine tra percepito e reale svolta dall’Ipsos, un istituto specializzato.

Avrei finito. Vi lascio  con una raccomandazione: mettete se volete un like sulla pagina di Frediano D’amore, giovane, alto, biondo e con gli occhi azzurri e ditegli anche che è stato sgamato.

Mettete mi piace Scherzi a parte, sempre se volete, mettete un “mi piace” sulla pagina facebook di piazzasalento: a voi non costa nulla, al giornale allunga la vita.

 

*Ringrazio Maria Rosaria De Lumé che ha avuto la pazienza di segnalarmi alcuni refusi

 

 

 

 

 

 

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