I misteri di un’era in un gesto: due corpi abbracciati in una tomba nella Grotta delle Veneri di Parabita. Il libro sulle ricerche

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Parabita – “Il lungo sonno li ha colti lì, all’ingresso della grotta. Lui, trent’anni appena, disteso a pancia insù. Lei, ventisettenne, rannicchiata al suo fianco. Intorno, anelli, collane, ossicini, ciò che nella loro vita ha significato qualcosa. Probabilmente sposi. O, meglio, compagni. Giovanissimi, acefali, entrambi malati di artrite e di artrosi. Questo hanno sentenziato gli esami al carbonio 14.

Il lungo sonno e il lungo silenzio sono durati ventisettemila anni. Poi, la terra ha lasciato svelare il segreto e dalla sua pancia ha dato luce a quello che, sulla collina appena fuori Parabita, nessuno immaginava. Era il 1965. Sono venuti dal nord a vedere i due amanti senza testa. Al nord li hanno portati. Hanno dato loro anche un nome, “Parabita 1” e “Parabita 2”. Qui non hanno più fatto ritorno”.

L’incipit di un bell’articolo di Tiziana Colluto pubblicato nel 2012 riporta alla nostra attenzione uno degli elementi importanti presenti nel recente libro pubblicato a cura di Elettra Ingravallo (recentemente scomparsa) e Renata Grifoni Cremonesi “La grotta delle Veneri di Parabita”, nel quale diversi articoli e saggi affrontano la situazione complessiva della famosa grotta sita in Parabita.

L’Uomo di Cro Magnon

All’uomo di Cro-Magnon appartiene una sepoltura di due scheletri ritrovati in essa in una fossa che in parte seguiva l’andamento della roccia e in parte era scavata nei depositi inferiori, con l’assenza dei crani e delle braccia probabilmente per egli scavi condotti per scopi rituali, deposti distesi, l’uno leggermente al di sotto e alla sinistra dell’altro. Per quanto riguardai caratteri antropologici gli scheletri sono stati riferiti ad un uomo e una donna.

Si è stimato che la morte dei due soggetti è probabilmente avvenuta tra i 30 e i 35 anni della loro età, mentre l’altezza dell’uno era di m. 1,75 e quello della donna di m. 1,66. Da un esame patologico delle ossa si è evidenziato che i due dimostravano artrite ed artrosi ed altre patologie ossee, fenomeni probabilmente influenzati dall’ambiente e dal genere di vita.

Il “riparo” della giovane donna

Ben pochi elementi sono stati trovati vicino ai due scheletri ma quei pochi individuati bastano per farci comprendere alcuni fenomeni particolari. Lo scheletro della donna era leggermente accavallato su quello dell’uomo. non sappiamo come mai ma tutto sarà stato possibile potrebbe anche darsi un sonno leggero. Vicino si sono trovati un ciottolo oblungo e una scheggia di selce tinti ambedue con ocra, ventinove canini di cervo forati usati per una collana.

La scoperta è stata di una importanza unica. L’età è ascrivibile a 25/28.000 anni a.C. Secondo alcuni studiosi tutto ciò rappresenta una scoperta molto importante. Significa che già tanti secoli fa la società dove vivevano i soggetti era notevolmente sviluppata per quei tempi, con simboli, motivi, credenze usi e costumi. Straordinario se pensiamo che l’uomo nel nostro territorio era già presente oltre 80.000 anni fa: l’uomo di Neandhertal.”

Una vita in un gesto

Ricordo le profonde e articolate considerazioni che avanzava Giuliano Cremonesi quando, dopo l’analisi del carbonio 14, si tentava di individuare non solo la tipologia di vita condotta dai due elementi ma soprattutto la loro posizione topologica. amanti, fratelli, compagni? Ma al di là dei possibili rapporti personali, era la originalità e la unicità di quella scoperta. Che lasciò l’amaro in bocca a molti di noi.

Mi viene in soccorso ancora la considerazione della Colluto”… forse vorrebbero tornare nel Salento, vorrebbero sentire ancora il vento che danza con le fronde degli ulivi e suona la nenia nelle cave di tufo, vorrebbero vedere ancora i mandorli che rifioriscono a primavera e i falchetti che planano giù giù, dove in lontananza brilla il mare di Gallipoli. E chissà, forse riconoscerebbero pure la voce paziente di Aldo D’Antico, che non si stanca mai di raccontare la loro storia, il loro amore perduto, la nostalgia di casa, il triste esilio in una Pisa lontana, la rabbia per l’indifferenza che sa di dispetto al passato.

Gli aspetti ancora oscuri

C’è un’immagine che Aldo non dimentica, fissa nella mente da 47 anni. I camion che vanno e vengono e che, nel loro andirivieni, caricano e portano via casse, tante, tantissime casse. Punte di lancia e punte di frecce, ceramiche di ocra rossa e a impasto, utensili dell’Homo di Neanderthal e del Paleolitico superiore e dell’Homo Sapiens Sapiens. C’è di tutto in quel “bottino” da archeologi catalogato e trasferito al nord. Ci sono 18mila reperti. Diciottomila. E ci sono anche loro, i due preziosi scheletri degli amanti perduti”. Aldo c’era: Perciò è un privilegio tarsi raccontare questa storia da lui, perché è anche la storia di un innamoramento”.

Ora, la pubblicazione del nuovo volume, curato da Elettra unica e grande collaboratrice di Giuliano e dalla moglie dello stesso, potrebbe riaccendere l’attenzione e la voglia di ripensare al grande valore delle ricchezze archeologiche della nostra terra.

I risultati di numerose ricerche

Nel volume infatti sono riportatati diversi risultati di tante altre ricerche come per esempio un saggio di Claudio Giardino sui reperti metallici reperiti nella grotta, quali prima metallurgia dell’Italia meridionale e la relativa composizione degli tessi manufatti. La cosa interessante è che si è progettato l’inizio di nuovi scavi sia nella grotta che nel suo territorio circostante dove si individuano interessanti elementi ancora da studiare e approfondire.

Aldo D’Antico