Gli ospedali “normali” ai tempi del Coronavirus: cosa è successo a Casarano, Gallipoli e Scorrano. Malati con un nemico in più: la paura di contagiarsi ricoverandosi

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Gallipoli – Con tutti i riflettori puntati 24 ore su 24 sugli ospedali Covid-19, alla ricerca di percorsi sicuri anti infezione per gli operatori sanitari e di creazione di posti letto di Terapia intensiva, che cosa è successo negli altri ospedali “normali” in quanto “No Covid”? Sono rimasti aperti e funzionanti, ma per fare cosa? Per svolgere il proprio lavoro e rispondere ad urgenze provenienti da altre strutture Covid.

Hanno risposto, non solo in presenza di patologie minori e non urgenti, poi evolute in stati critici come appendiciti o traumi ortopedici, ma anche in casi di interventi di natura oncologica. “Qui al Ferrari – raccontano a piazzasalento alcuni operatori del nosocomio di Casarano – abbiamo fatto fronte ad alcune urgenze pervenuteci dal “Fazzi” di Lecce”. Interventi di una certa rilevanza (tumori al colon, al retto ad esempio) hanno avuto risposte adeguate nonostante un reparto dimezzato, quello di Chirurgia, in attesa dell’arrivo di Urologia, e nonostante un organico deficitario.

“Siamo stati pronti nonostante i problemi”

Abbiamo fatto la nostra parte anche perché un ospedale No Covid è più complesso. E in effetti le difficoltà non sono mancate – rilevano da Casarano – con reparti accorpati, trasferimento di pazienti in quarantena, altri ospedali (Galatina e Copertino) inseriti nella rete Covid”.

Appena uscito da una sanificazione radicale di alcuni reparti a causa di un focolaio di Coronavirus in Medicina generale poi diffusosi in altri reparti, anche il “Sacro Cuore” di Gallipoli ha svolto il compito cui è stato chiamato, “con turni più lunghi del solito, in alcuni casi dalla mattina alla sera ed anche in giorni festivi”. Stessa tensione morale prima che professionale anche al “Delli Ponti” di Scorrano ed al “Fazzi” di Lecce nella parte No Covid.

La difficoltà imprevista

Ma la difficoltà maggiore e inedita è derivata dalla paura, in queste settimane di contagi anche tra medici e infermieri, di entrare per ricovero in un ospedale, passato dall’essere luogo di cura a essere visto come un “nemico” da cui difendersi.

La paura di affidarsi ad una struttura ospedaliera – conferma il dottor Donato De Giorgi, chirurgo e presidente dell’Ordine dei medici provinciale – ha comportato che persone con neoplasie o con altre malattie gravi ed urgenti hanno tentato di rinviare il più possibile il ricovero”.

Diffidenza verso gli ospedali dopo i contagi 

Risultato? Il lavoro per i sanitari non è aumentato come numero di unità curate ma è diventato più complesso clinicamente, perché il paziente è giunto in ospedale tardivamente rispetto al solito, per calcolosi, colecisti, gangrene persino. “Nelle Cardiologie – riferisce un altro medico – i controlli e i ricoveri di infartuati sono cesi di circa la metà, per la paura di venire in ospedale, con conseguente aumento dei rischi di mortalità di tre volte rispetto ai periodi di cura normali”.

“Con tutti questi problemi e difficoltà – commenta De Giorgi – dobbiamo dire che il sistema ha retto, grazie a chi lo ha organizzato (Lecce, Gallipoli, Casarano, Scorrano, ndr), cioè il direttore generale dell’Asl di Lecce e grazie e soprattutto a chi se lo è caricato sulle spalle: medici, infermieri, personale tutto”.

Resta il problema sicurezza per i medici

Come tornare adesso alla “normalità” delle patologie? In Regione si sta lavorando ad un nuovo riordino, dettato dalla situazione epidemica generale che non presenta più urgenze ed emergenze come quelle previste agli inizi del Covid incalzante.

Resta però un problema che l’Ordine non intende lasciare cadere, anche perché quanto accaduto a Lecce, Copertino, Gallipoli e in alcune Residenze sanitarie assistenziali, ha evidenziato in modo drammatico: è il problema della sicurezza degli operatori sanitari.

Il nodo tamponi: l’Ordine insiste

“Il 31%dei portatori di Coronavirus è asintomatico – conclude il presidente De Giorgi – quindi il tema dei tamponi per scovare chi è infetto senza saperlo va affrontato diversamente. Noi non siamo d’accordo a limitarli ai soli sintomatici. Quanto successo al “Perrino” (l’ospedale di Brindisi, ndr) con medici contagiati in giro nei reparti deve averci insegnato qualcosa”.