Gallipoli – In un anno, tra il 2016 e il 2017 in Puglia sono stati consumati altri 410 ettari di suolo: nonostante che la popolazione sia diminuita di 13mila abitanti, ci si è comportati come se fosse cresciuta di 10mila persone. Il rapporto inversamente proporzionale tra consumo di territorio e calo demografico dice tutto. In provincia di Lecce le cose vanno anche peggio con Castro, Porto Cesareo e Gallipoli tra le realtà più sprecone.

Alla vigilia della Giornata della Terra, il 22 aprile appena trascorso, per iniziativa di Italia Nostra Sud Salento alcuni giorni fa si è messo a fuoco quest’argomento (il suolo risorsa da tutelare), intrecciando riflessioni, timori e auspici del presidente di IN, Marcello Seclì di Parabita, geologi, agronomi, specialisti dell’Arpa (Agenzia regionale per l’ambiente) e amministratori regionali.

Marcello Seclì e Stefano Minerva durante la conferenza stampa di presentazione dell’evento

Al centro del confronto, condotto dal direttore di piazzasalento.it, Fernando D’Aprile, l’ultimo rapporto dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Anche a dispetto della crisi economica che ancora si fa sentire da quel 2008 in cui è scoppiata a livello mondiale, anche il 2017 ha il segno positivo nel conteggio di suolo consumato: 14 ettari al giorno di media in Italia.

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La Puglia ne ha divorato di più, soprattutto per quanto accaduto a Bari e Monopoli con un vertiginoso +40%. Nel Salento, al di sopra dlla media regionale e nazionale, Castro guida la classifica con un +27 % di costruzioni; segue a breve distanza Porto Cesareo, realtà già segnata negli scorsi anni da un abuso prolungato del proprio territorio, si attesta al 22% e chiude il poco invidiabile podio Gallipoli al 20%.

La città jonica è però prima per interventi nella fascia dei 300 metri dal mare di demanio (+34%); l’incremento è del 24% tra i 300 e i mille metri e di appena il 13 tra uno e dieci chilometri, secondo i dati presentati da Vito La Ghezza, referente del monitoraggio del consumo di suolo di Arpa Puglia. La provincia leccese – altri indicatori di consumo di suolo – è salita del 14,54% (Puglia dell’8,37 e Italia del 7,65).

Come sono cambiate le cose nel giro di dieci anni Lo stesso studioso ha reso tangibile l’evoluzione (o l’involuzione, a seconda dei punti di vista) proiettando alcune immagini che hanno fissato la situazione del costruito in alcune località negli anni intercorsi tra il 2006 e il 2017, a Torre Suda, marina di Racale; nelle periferie di Foggia e Grottaglie, alle cave di Trani. Ha sorriso amaro quando ha relazionato sulla superficie coperta da campi fotovoltaici – 5.400 ettari nelle provincie di Brindisi e Lecce – che non toccano almeno il terreno sottostante.

Il recupero grande assente “Ma se questa è l’invincibile tendenza – si è chiesto Nicolino Sticchi, già assessore provinciale all’Ambiente, di Cursi – perché mai non si fa niente per recuperare all’uso agricolo vecchie cave?”. Da un architetto di Italia Nostra è venuta anche una critica sul piano casa che consente il 35% in più di demolizione e costruzione “e non in verticale ma in orizzontale”.

A questi interrogativi se ne sono aggiunti altri, ad opera di tecnici e dei politici (il senatore Giorgio De Giuseppe di Maglie, da difensore civico della Provincia padre della Gionrata della Terra, e del consigliere regionale Cristian Casili di Nardò). Salvatore Valletta, presidente dei geologi pugliesi, si è chiesto come ci sia un grave ritardo in materia legislativa del governo mentre in Regione adesso tanno per arrivare alla discussione due disegni di legge, di Casili e di Ernesto Abaterusso (di Patù), da cui probabilmente ne uscirà uno condiviso.

Occorrerebbe un censimento delle case vuote nei paesi della provincia, in gran arte colpiti dal calo di residenti; forse servirebbe distinguere tra aree urbane e aree agricole e recuperare spazi rurali dimenticati. Di sicuro sarebbe utile un approccio interdisciplinare coinvolgendo diversi assessorati, dall’Ambiente alla Sanità e alle infrastrutture insieme ad associazioni, tecnici e media.

E’ la proposta di Casili il quale ha lamentato strumenti di programmazione non utilizzati, quali il Piano paesaggistico territoriale varato dall’allora assessore Barbanente: “Lì ci sono tante risposte ma è stato maldigerito”. Gli stessi Pug (piani urbanistici comunali) hanno trovato realizzazione solo in 40 Comuni sui 258 totali. Per non parlare dei piani delle coste che si contano sulle dita di una sola mano nel Leccese.

Da Bari si dà in dirittura di arrivo l’Osservatorio regionale e si conferma che, dopo studi costati 200mila euro, sono pronti adesso due progetti pilota destinati ex cave. Ma è sull’uomo predone (come l’ha definito il rappresentante dell’Ordine degli agronomi Alessandro Ponzetta) e su di uno  sfruttamento che compromette la fertilità dei suoli (“una rapina alle future generazioni”, sempre Ponzetta) che si è puntato il dito in chiusura.

Lo stato dell’arte ad oggi, secondo tutti i relatori, è che “perdiamo suolo a più livelli” per la destrutturazione (impoverimento dei terreni, essenziali protagonisti invece degli equilibri naturali); per l’incessante loro impermeabilizzazione (che porta tra l’altro tutta l’acqua piovana in mare); per l’altrettanto inarrestabile emungimento della falda acquifera con pozzi abusivi; la impellente necessità di fronteggiare la salinità dell’acqua.

Rendere di nuovo fertile un terreno è un processo che richiede decenni”, è stato detto. C’è tanto da fare. E il tempo stringe.

 

 

 

 

 

 

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