Gallipoli, Primo Maggio: con una canzone inedita si aggirò il divieto del prefetto. Che denunciò stampatore e promotori

Niente corteo. E fu bloccata anche la banda

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Gallipoli – Un piccolo foglio di carta leggera contiene il testo di una canzone in dialetto gallipolino per aggirare il divieto arrivato dalla Prefettura di Lecce: era il Primo Maggio del 1891 e la canzone “clandestina” fu composta da Vincenzo Cataldi, un socialista di matrice anarchica e stampata nella tipografia dello “Spartaco”, periodico radical socialista di Gallipoli diretto da Giovanni Coppola.

Strofe semplici, popolari come la lingua del popolo, che riecheggiano le parole d’ordine del socialismo: lo sciopero come arma di lotta, l’internazionalismo proletario, la battaglia per le otto ore, la libertà, il lavoro, il diritto alla vita come fondamenti della nuova umanità. Un testo intriso di fede nel progresso, di quell’ottimismo positivistico che segnò la parabola della Seconda Internazionale operaia, da cui l’icona storica del “Sole dell’avvenire”.

Gallipoli era in quegli anni epicentro del socialismo salentino. Era un socialismo colto, di avvocati e intellettuali, ed operaio insieme, soprattutto di muratori e bottai al quale davano sostegno e legittimazione morale le Società di mutuo soccorso.

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Volevano festeggiare il Primo Maggio, ma il Prefetto di Lecce aveva emanato un’ordinanza di divieto. I socialisti gallipolini, ma anche quelli di Alezio e Parabita, non si diedero per vinti e cercarono di aggirare il divieto: se non era possibile il corteo, almeno suonasse la banda!

Bernardo Greco, carpentiere e bottaio e l’anarchico Francesco Pastore organizzarono la parata musicale. La banda avrebbe sfilato la mattina dell’1, per le piazze e le vie di Gallipoli, durante la processione di S. Giuseppe, suonando gli inni del lavoro e, soprattutto, il motivo della inedita canzone di Cataldi il cui testo, trasformato in volantino, era stato distribuito in centinaia di copie segretamente.

Fu bloccata anche la banda L’intento evidente era quello di aggregare, nel corso della parata, un corteo “spontaneo”. Una risposta e una sfida all’ingiusto divieto. Ma l’ingenuo tentativo giunse tempestivamente alle attente orecchie del commissariato che negò alla banda musicale il permesso di tenere la manifestazione.

Quest’ultimo divieto non scoraggiò, tuttavia, gli animi: alle 11 del mattino, oltre 200 operai si diedero convegno, attraverso uno spontaneo passaparola, nella sede della “Cooperativa di produzione e costruzione”. La manifestazione si tenne ugualmente, ma al chiuso. Parlarono Eugenio Rossi, ex ufficiale dell’Esercito, e l’orologiaio Attilio Passeri.

Tutto si svolse senza incidenti. Ma la risposta del Prefetto non si fece attendere: pochi giorni dopo Giovanni Coppola, proprietario della tipografia e lo stampatore Cosimo Schirinzi vennero denunciati e rinviati a giudizio per violazione della legge sulla stampa “avendo in occasione del I° Maggio fatto distribuire stampati clandestini”.

Tanta paura faceva un piccolo foglio con un testo che cominciava così: “Santiti operaji, cu bui l’aggiu/ciujedi cu fatia la prima maggio(ca a tutte e vande nu fatia cjuieddi/ete la festa te li povarieddi”. Il testo raccolto e arrivato fino a noi non comprende la musica, ma richiamava il motivo di una canzona popolare della quale si è persa traccia.

Remigio Morelli 

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