Gallipoli, dei due pescatori rintracciati finora un fornellino, un paio di stivali, chiavi e portafoglio del capobarca

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Gallipoli – Le chiavi e il portafoglio del capobarca; il fornelletto e le reti dell'”Aurora”, i gambali: sono le uniche tracce lasciate lungo un ancora misterioso percorso dai due pescatori dispersi mentre svolgevano il loro lavoro nel mare di Salve nella notte tra lunedì e martedì scorsi. Altro i sommozzatori che si alternano nelle ricerche non hanno trovato.

Damiano Tricarico

Anche i familiari di Fabrizio Piro e dell’operaio Damiano Tricarico, gallipolino che abita a Tuglie con la famiglia, non trovano risposte alle sempre più angoscianti domande che si pongono. Ce l’avrebbero le risposte, ma non le vogliono accettare, probabilmente. Ma il conto delle ore della loro assenza sta diventando infinitamente lungo.

Le ricerche stanno continuando“, rispondono laconici dalla Capitaneria di Bari che sta coordinando dall’altro ieri le operazioni che vedono tuttora impegnati mezzi navali, terrestri e subacquei anche di Tricase (vigili del fuoco), man mano che le ispezioni di anfratti e grotte si spostano verso il Capo di Leuca.

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Fra due giorni potrebbe calare il sipario, per lasciare il posto ad un’altra dose di dolore, quello del funerale mai celebrato, della tomba mai immaginata. E’ il durissimo destino dei sopravvissuti – Mino, figlio di Fabrizio – e dei familiari. “Senza il ritrovamento almeno dei corpi, è come se tutto restasse sospeso; non c’è neanche una tomba su cui piangere”, racconta una donna che ci è passata.

Loredana Abbate in un colpo solo 27 anni fa perse nel mare il padre Franco di 52 anni, il marito Ovidio Buccarella di 27 e il fratello Antonio appena 19enne. Fu restituito ai familiari solo il cadavere del più anziano. “Sono paradossalmente contenta – dice – che non ci sia più mia madre: sarebbe stata per lei un’altra mazzata, lei che non ha mai accettato la morte del figlio”.

Ci si aggrappa a tutto, intanto, finché non arriva la parola “fine”. “Ricordo – continua Loredana Abbate – che in quelle ore di ricerche, di chiamate della Capitaneria di porto, di colloqui con carabinieri e magistrati, ci passavano tanti pensieri per la mente, i più strani: e se avessero trovato un rifugio da cui non possono comunicare? E se sono stati presi da una nave di passaggio ma non ricordano più nulla?”. Infine un consiglio sommesso quanto partecipe: “Si facciano aiutare per elaborare questo lutto, non si chiudano in se stessi”.

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