Eternit, giustizia è fatta

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Antonio e Fausto Notarpietro in una foto d’epoca

Casarano. Ci sono sentenze che rendono giustizia ma riaprono ferite profonde. Una di queste è quella con la quale, nei giorni scorsi, la Corte d’Appello di Torino ha aumentato la pena inflitta ai responsabili della multinazionale “Eternit” per aver tenuto nascosto agli operai gli effetti dannosi dell’amianto.

Tra le 2.100 vittime per le polveri della multinazionale, tre sono originarie di Casarano: si tratta di Maria Bello, Fausto Notarpietro ed Antonio Melgiovanni, tutti operai dello stabilimento di Casale Monferrato e tutti scomparsi tra il 1987 ed il 1997. Notarpietro, nato a Casarano nel 1905 e morto nel 1987 per tumore polmonare ed asbestosi, lavorava in ditta così come suo nipote Antonio Melgiovanni, anche lui di Casarano, morto nel 1995, a 72 anni, per  mesotelioma pleurico, riconducibile al contatto con l’amianto. Stessa fine anche per Maria Bello, scomparsa nel 1997 ad 84 anni. A distanza di tanti anni la recente sentenza rappresenta una sorta di “risarcimento morale” a lungo atteso dai parenti che si sono costituiti parte civile nel procedimento. Fausto nei primi anni dello scorso secolo lascia Casarano per cercare lavoro e lo trova  al nord dove sposerà Caterina Mezzina (di Galatina).

A Casarano il suo ricordo e la sua storia sono passati dalla memoria del fratello Antonio (detto Uccio), titolare di uno storico salone da barba in piazza Diaz, scomparso cinque anni fa.

“Disastro doloso permanente ed omissione dolosa di misure infortunistiche” è stata l’accusa, riconosciuta fondata dai giudici piemontesi, che hanno accolto la tesi accusatoria formulata dal Procuratore generale Raffaele Guariniello.

Lo stesso Pm sarà a Corsano, il prossimo 13 luglio, per incontrare quanti hanno lavorato in Svizzera (ben 669) esponendosi all’amianto. Nel paese del tricasino c’è l’“Associazione dei salentini esposti all’amianto” che, avendo lavorato nelle fabbriche “Eternit” della Svizzera, hanno seguito con particolare interesse i recenti sviluppi processuali.

Se già in primo grado il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny (66 anni) era stato condannato a 16 anni, ora i giudici d’appello hanno elevato a 18 anni la pena, stessa pena chiesta anche per il barone belga Louis De Cartier De Marchienne, morto due settimane fa a 93 anni.