È accaduto qui, dobbiamo lasciarci ferire

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fernando d'aprileQuando Michele Pantaleone, amico di Sciascia, scrisse “Il sasso in bocca” il bersaglio era alto e in parte lontano. In quel 1970 il libro si muoveva su scenari che tracciavano invisibili ponti tra mafia isolana e italo americana, ai tempi di Mattei e delle famiglie Genovese e Anastasia. Ma il linguaggio dei protagonisti, componenti di quelle organizzazioni, era misteriosamente esplicito. Uno degli ammazzati fu trovato con una pala di fico d’india al posto del portafoglio: aveva preso soldi che non doveva toccare. Chi invece aveva “parlato”, eccolo con un sasso a sformargli la bocca. A quelle pagine, diventate animate in un film documentario un anno dopo con la prima opera di denuncia della mafia, fanno pensare le modalità di quest’ultimo ammazzamento a Gallipoli. Stessa crudeltà, stessa omertà, stessi agghiaccianti messaggi: lo sfregio al cadavere sfigurato con l’acido e sepolto in un bidone, quasi a significare uno sgarro che non andava fatto secondo un codice che non conosce appello. “Dobbiamo lasciarci ferire da quanto accaduto”, dice un sacerdote di Gallipoli. Per ripartire e recuperare la nostra normalità. Che non è e non sarà mai la loro.

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