Il domani visto da qui/ Sviluppo polifonico e restanza, i cinque capitali, la sostenibilità e la normalità che fa male: ne parla Franco Chiarello

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Gallipoli – Quanto accaduto, con l’intero mondo in quarantena, cambierà qualcosa? E se sì, cosa? Saranno mutamenti temporanei o segni di nuovi assetti sociali? C’è da riflettere per trarne lezioni o tutto tornerà placidamente come prima? Dopo l’allentamento del lockdown imposto dalla diffusione del Covid-19, le opinioni sulla ripartenza oscillano e vagano, riempiendo di tesi e visioni numerosi programmi televisivi o in rete.

Ecco allora teorie sul “new normal”, nuovi slogan (dall’on line all’on life), sul  lavoro da casa come sistema predominante alla nuova concezione delle case stesse, dalla nuova dimensione dei trasporti al rivivere dei paesi.

Piazzasalento ha scelto di vedere questi ed altri aspetti assumendo come punto di vista questo, il nostro, il Sud Salento che, per esempio, non può ritenersi più una periferia in un mondo in cui in tre secondi ci si collega con il Brasile. Ospiteremo le esperienze e le prospettive che si potrebbero delineare provenienti dalle scuole, dalle professioni, dalle categorie economiche, da quanti girano per il mondo (ma lo faranno ancora o basterà una videoconferenza?).

Una piazza aperta al confronto  ed al vaglio delle diverse tesi da calare in questo “piccolo mondo antico” che invece potrebbe diventare parte integrante e competitiva del Nuovo mondo, caricandosi di responsabilità mai avute e pianamente accettate (“Chi volete che venga qui per le vacanze?”, ricordate?). Sarà il sistema delle piattaforme ad affrancarci dal tormentone dele distanze? Da dove verrà la spinta per aprire il libro della sostenibilità di ogni nostro passo in una terra che non sentiamo ancora come nostro condiviso patrimonio? (FdA) 

Corsano – “Per non correre il rischio di non imparare nulla dalla pandemia, è necessaria una riflessione seria sul futuro che ci attende”: comincia così la conversazione col professore Franco Chiarello, originario di Corsano e già Ordinario di Sociologia economica presso l’università Aldo Moro di Bari, per il quale il post Covid potrebbe essere un’occasione storica per la rinascita delle arre periferiche come il Salento.

Franco Chiarello

Per dare il via a quello che lui ha definito spesso “sviluppo polifonico”, capace di mettere a valore una molteplicità di risorse, a partire dalle infrastrutture materiali e sociali (sanità, istruzione, trasporti, banda ultralarga,…) indispensabili al benessere quotidiano dei cittadini, fino agli investimenti nell’industria manifatturiera, nel settore agro-alimentare e nel turismo, nel rispetto rigoroso della sostenibilità ambientale.

L’occasione dell’Area interna

Il Sud Salento è considerato un’area con alto e medio-alto rischio di vulnerabilità sociale e materiale. Va ricordato che da qualche anno si è costituita l’area interna “Sud Salento – Capo di Leuca“, inclusa nella Strategia nazionale per le Aree interne (Snai). Ne fanno parte i Comuni di Alessano, Castrignano del Capo, Corsano, Gagliano del Capo, Miggiano, Montesano Salentino, Morciano, Patù, Presicce-Acquarica, Taurisano, Salve, Specchia, Tiggiano come Comune capofila e poi si sono aggiunti Tricase, Ruffano, Casarano, Ugento quali principali “centri di offerta di servizi”, per una popolazione di circa 67mila abitanti.

Per l’area sono previsti finanziamenti, per far riemergere il territorio dalla depressione economica. L’ultimo stanziamento fatto risale al novembre 2019 e ammonta a circa 10 milioni di euro da investire sulla mobilità. “Bisogna partire da questo – afferma il docente – e per farlo serve una vasta mobilitazione culturale, sociale, e soprattutto politica”. Cita uno psichiatra francese, Boris Cyrulnik, per sintetizzare il momento: “La risposta ad una catastrofe non consiste nel ripristinare l’ordine precedente, ma nel crearne uno che prima non c’era”.

La normalità sbagliata

“Era proprio la normalità che molti ora desiderano a costituire il problema – è la prima premessa di Chiarello – ma temo che, così come già accaduto con la crisi del 2008, non ci sia il coraggio di avviare una riflessione seria e conseguente. Si continuerà magari a vagheggiare grandi cambiamenti per non cambiare nulla nella realtà, nel solito vezzo gattopardesco. Se prevale inerzia e rimozione non troveremo un’opportunità per ripensare il nostro modo di vivere, di produrre, di stare insieme e quindi i rapporti tra le persone, le classi sociali e i territori”.

Il secondo punto su cui si sofferma Chiarello è la visione antropocentrica che caratterizza la cultura moderna. “Il Covid-19 ha messo a nudo la vulnerabilità degli esseri umani rispetto alle forze della natura – continua – Dovremmo ripensare a fondo il dualismo uomo-natura, che con Cartesio ha innervato la cultura moderna, nella quale l’uomo viene messo al posto di comando, come misura di tutte le cose, “da nessun limite costretto”. Dovremmo ristabilire un equilibrio con le altre specie viventi, non possiamo più considerarle funzionali ai soli interessi degli esseri umani. Su questo si fonda il concetto di sostenibilità”.

Non più città policentriche

Nel suo ragionamento è necessario, inoltre, riflettere sulle disuguaglianze territoriali. “Una delle peculiarità del nostro paese è il suo “policentrismo territoriale” e non è possibile far prevalere gli interessi di alcune aree rispetto ad altre. Le città rispetto alla campagna e il centro rispetto alla periferia – spiega -. Già nel nome “Città metropolitana”, che ha sostituito la vecchia Provincia, viene meno il rapporto tra campagna e città, tra periferie e centro, a favore di un’idea di città estesa che ingloba, privandola della sua peculiarità e delle differenze, ciò che le sta intorno, i piccoli centri, la campagna. Come se tutto fosse urbano. Finora, ogni forma di politica pubblica è stata focalizzata sulle città a discapito delle aree che le stanno intorno”.

Il Salento negli anni è stata vittima di visioni distorte e poco attente alla peculiarità del territorio. E il professore ripercorre le narrazioni che nel tempo hanno accompagnato i miraggi di sviluppo delle aree deboli come il Salento. Dapprima, negli anni ’60, le grandi imprese dei “poli di sviluppo” (Taranto, Brindisi); poi, nel decennio successivo, il decentramento produttivo quando “le aziende del nord trasferivano al Sud parti della loro produzione, quelle a più basso valore aggiunto, con largo uso di lavoro malpagato e irregolare. Con la globalizzazione e la delocalizzazione delle industrie in altri paesi del mondo, il Tac, acronimo di tessile abbigliamento e calzature, è andato in crisi. Al suo posto, in tempi più recenti, è subentrato il nuovo feticcio del turismo”.

I cinque capitali

Il monito parte da qui: “Lo sviluppo deve essere polifonico, non può essere il risultato del virtuosismo di un solista-grande impresa, Tac o turismo- ma deve essere pensato come un’orchestra, dove il talento di ogni musicista si esprime nell’armonia del collettivo”. Sostiene l’idea manifestata da altri esperti che i piccoli borghi torneranno ad essere importanti e tratteggia il suo modello di sviluppo, basato su cinque tipi di capitale.

Il primo è il capitale economico, quello che, sotto forma di investimento, muove la produzione di beni e servizi. Il secondo è il capitale umano, costituito dalle competenze acquisite che, attraverso il lavoro, ciascuno mette in campo per produrre i beni e i servizi di cui abbiamo bisogno – afferma-. Vi sono poi altri due tipi di capitale, spesso poco considerati nelle analisi dei processi di sviluppo: il capitale sociale, che si basa sulla cooperazione e sulla fiducia esistenti all’interno di una collettività: orizzontalmente, tra le persone, e verticalmente, tra cittadini e istituzioni pubbliche. Gli studi dimostrano che dove il capitale sociale è più elevato anche lo sviluppo economico è più avanzato. Il quarto tipo di capitale è quello culturale, ovvero le tradizioni, le espressioni artistiche, le testimonianze monumentali attraverso le quali una comunità forgia la sua identità e racconta se stessa agli altri. Infine, lo sviluppo di un territorio è definito dalla sua capacità di conservare, e allo stesso tempo valorizzare, il capitale naturale di cui dispone. Esso è composto dagli elementi dell’ecosistema (aria e acqua, flora e fauna, depositi minerali, …) che, direttamente o indirettamente, producono le risorse necessarie alla vita umana. Un aspetto fondamentale dell’ecosistema è dato dal fatto che esso, per quanto ampio ed esteso, ha dei confini, dei limiti. E quindi non possono esistere dinamiche di crescita economica illimitate in un mondo finito.

Uomo, natura, sostenibilità

Lo sviluppo del futuro deve essere costruito all’incrocio di questi cinque tipi di capitale. L’inserimento del capitale naturale negli ingredienti che definiscono un modello di sviluppo ne cambia radicalmente la natura, appunto: dalla crescita illimitata allo sviluppo sostenibile. La sostenibilità dev’essere la cifra della produzione, della distribuzione e del consumo di beni e servizi. La riconversione ecologica dell’economia diventa essenziale per il nostro benessere presente e futuro.

  “Non ci può essere sviluppo senza sostenibilità – prosegue il professore -. Il nostro turismo non deve sacrificare il capitale naturale per inseguire modelli che non ci appartengono. Sarebbe come segare il ramo sul quale siamo seduti”.

La restanza e l’immigrazione

Questo permetterebbe anche di invertire i flussi dell’emigrazione. “Uno sviluppo polifonico dà una possibilità concreta al tema della restanza – conclude il docente – ma bisogna davvero cambiare le condizioni del contesto e dell’organizzazione produttiva, altrimenti rimane uno dei tanti appelli andati a vuoto, e i giovani continueranno ad andare via se vogliono sfuggire alla disoccupazione o ad un lavoro sottopagato e intermittente”.

(nella foto una riunione in Regione sull’Area interna)