Diritti a Sud: “L’accoglienza non è solo container”. Critiche e sospetti sul futuro

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L’inaugurazione Boncuri

NARDÒ. Non è andata proprio giù a “Diritti a Sud”, associazione riconosciuta da tutti in prima linea per impegno ed esperienza a fianco dei migranti,  quella frase pronunciata dal sindaco Giuseppe Mellone lo scorso 23 agosto a Boncuri nel corso dell’inaugurazione del “villaggio accoglienza” per i lavoratori stranieri. “Chi oggi non gioisce è amico degli schiavisti”, aveva detto il primo cittadino. L’associazione, in un primo tempo coinvolta dall’Amministrazione comunale nella gestione della Masseria Boncuri, respinge questa equazione e ne spiega in una lunga nota le ragioni. «Noi non crediamo ci sia molto da festeggiare – fa sapere il sodalizio presieduto da Rosa Vaglio – la strada da fare è ancora tanta. Quegli angusti container chiusi in un recinto, per quanto siano comunque un tetto sulla testa delle persone, non sono contemplati nella nostra idea di accoglienza». La polemica è nata proprio attorno alla nascita della foresteria per lavoratori stranieri che la Regione Puglia ha fatto allestire in via Lecce (Nardò e Foggia sono i primi due esperimenti sul territorio regionale). Ed è proprio questo modello – container da quattro posti letto ciascuno con aria condizionata; cucina, bagni e presidio medico – accessibile esclusivamente ai lavoratori, ad essere contestato da “Diritti a Sud”. Per diverse ragioni. «La stagione di raccolta è ormai più che conclusa – rilevano gli attivisti dell’associazione – e i migranti sono stati spostati dal campo delle tende ai container insieme ai 16 che da novembre 2016 vivevano all’interno della masseria. Il nuovo campo arriva con estremo ritardo ma più di tutto ci preoccupa l’immediato futuro: dove andranno a finire queste persone quando il 30 settembre il neonato campo sarà chiuso e smontato? Alcuni rimarranno a Nardò, altri addirittura torneranno finito il lavoro nel Foggiano. Ci sono dei lavoratori che hanno dei contratti di lavoro fino a dicembre». Per “Diritti a Sud” si deve ancora parlare di “ghetti”. «Noi crediamo – proseguono – che non si possa sgomberare un ghetto clandestino creandone uno istituzionale, chiuso e quasi militarizzato nel quale inizialmente è stato impedito l’accesso anche a noi, che dal 2009 abbiamo un rapporto diretto con quasi ognuno dei ragazzi che ora sono lì dentro. Sappiamo benissimo – concludono – che un container climatizzato è meglio di una tenda ma non sopportiamo di sentir dire che la soluzione a tutti i problemi sia stata trovata».

L’ex sindaco e parlamentare Rino Dell’Anna solleva invece altri dubbi e fa i conti in tasca alle istituzioni coinvolte nell’allestimento della foresteria: «La Regione Puglia – scrive – ha finanziato i moduli abitativi, il Ministero dell’Interno ha stanziato 60mila euro per videosorveglianza, letti e acqua potabile, il Comune di Nardò ha messo a disposizione Masseria Boncuri (fabbricati e terreni adiacenti) e venti tende da campo, l’Asl di Lecce si è fatta carico dell’assistenza sanitaria, le associazioni datoriali di spianare e pulire l’area circostante, il Centro per l’impiego di attivare uno sportello operativo». Tutto chiaro? Non proprio. Per l’ex primo cittadino “viene il sospetto che il “villaggio dell’accoglienza” in caso di emergenza possa diventare un ricovero di cittadini stranieri entrati in maniera irregolare in Italia e quindi essere destinato a Centro di primo soccorso e accoglienza (Cpsa), Centro di accoglienza (Cda) e centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara). Il protocollo sottoscritto che non contiene in merito alcuna precisazione fa molto pensare”.

Un’altra perplessità arriva via reti sociali dall’avvocato Donatella Tanzariello del Consiglio italiano per i rifugiati: «Sicuramente i container climatizzati risultano essere un grosso passo avanti per i lavoratori rispetto alle tende o baracche, ma la recinzione, l’esclusione dal campo dei migranti che lavorano in nero perché irregolari, la presenza all’interno dei caporali e il negato accesso a quei soggetti associativi che non hanno sottoscritto il protocollo, dimostra che la strada è ancora tutta in salita. Per contrastare il caporalato la istituzionalizzazione dell’accoglienza non basta, occorrono servizi ispettivi più incisivi e tutela delle posizioni soggettive di vulnerabilità. Via le sbarre da Boncuri!». Note critiche sono state emesse anche dal Pd, da Articolo 1 e dall’associazione “Nardò Bene Comune”.

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