Dal 20 al 27 marzo dove è arrivato il virus nell’ospedale? Breve storia di chi grida all’allarme e di chi fa il proprio mestiere fra sepolcri imbiancati

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Quando pochi giorni fa, per la cronaca era venerdì 20, si accertò quello che sarebbe passato alla storia come il primo caso di contagio da Coronavirus nell’ambito dell’ospedale gallipolino, dopo giorni di voci e tensione crescente, facemmo il nostro lavoro di verifica, di raccolta di dati e di scrittura e titolammo: il reparto di Medicina in cui lavorava l’infermiere malato sarebbe stato chiuso.

Così era successo già in altre parti d’Italia (ricordate la zona rossa?) ed anche in Salento. Praticamente si tratta di una misura di prevenzione, una pratica clinica, e così immaginavamo che sarebbe accaduto anche al “Sacro Cuore”. Nulla di straordinario, purtroppo, in un contesto che da straordinario spero verrà archiviato ben presto.

Le convulse vicende dell’ospedale “San Giuseppe di Copertino”, con esiti pesantissimi, erano già ben note: un anestesista infetto, una catena  di rapporti diretti in ambito lavorativo lunga un centinaio di persone, una quarantena altrettanto nutrita, il blocco di un reparto dopo l’altro per carenza di personale, il collasso. La chiusura dell’intero ospedale.

Pubblicato l’articolo in serata, si è aperto il cielo sopra di noi (o il baratro sotto, come preferite). Il primo a telefonare è stato un signore che voleva sapere da dove avessimo preso le notizie. Era, a ragione, molto allarmato. Aveva un congiunto lì ricoverato ed altri parenti nel Nord Italia che aveano letto questo giornale e gli avevano chiesto conto.

Superato il momento della rabbia, il signore aveva capito la situazione, che la chiusura avrebbe garantito maggiormente la sicurezza anche dei ricoverati e, ringraziando per l’attenzione ricevuta, mi aveva salutato cordialmente. Ne era seguita un’altra di telefonata da una benemerita associazione, ai rappresentanti della quale avevo espresso lo stesso ragionamento, reputato alla fine congiuntamente di maggiore tranquillità per tutti e di prevenzione per i più diretti interessati.

Chi non aveva chiamato né letto bene l’articolo, pure lui si era espresso. Davanti ad una tastiera, invocando vergogna sul nostro capo, i peggiori supplizi, i più inverecondi sospetti di accalappia click, denunce come piovesse per procurato allarme e pene inventate là per là.

Oggi che ne abbiamo 27, sappiamo come sono andate le cose, sia sul piano dei contagiati, su quello dell’attesa per l’esito degli ultimi test, sui reparti coinvolti. Sappiamo, volendo, quanto tempo si è perso, di quanto è salito il conto da pagare. Non sappiamo ancora dove è arrivato il virus nel “Sacro Cuore”.

Senza l’intervento deciso del Sindaco, forte dell’appoggio dell’intero Consiglio comunale, forse oggi staremmo ancora in apnea, asfissiati da una mancanza di risposte che adesso, almeno in parte, sono arrivate. Ha pagato un prezzo il Pronto soccorso, che è stato chiuso per una giornata dopo quattro esami positivi che hanno messo fuori gioco gran parte degli operatori. Medicina è stato chiuso prima. Per i reparti di Chirurgia, Pneumologia, Rianimazione si resta appesi ai verdetti in arrivo, ma è assai probabile che la sanificazione invocata dagli amministratori comunali riguardi anche loro (con temporanee chiusure).

L’ho fatta lunga. Per finire con una domanda: ma prima di sparare nel mucchio (accomunandoci a giornali che avrebbero pubblicato i nomi dei malati, soggetti deboli per la Carta di Treviso);  prima di sollecitare serietà e senso di responsabilità ai giornalisti, non sarebbe bene dare prova in prima persona di serietà e senso di responsabilità  piuttosto che di malsano amore per il campanile?

 

*Riteniamo opportuno sospendere la campagna Sostengo Piazzasalento. C’è un’altra cosa che viene prima di tutto quanto. Ringraziamo chi si era già speso con scritti e denari (ultimo in ordine di tempo Daniele da Parma).

Ci rivediamo.