Sembra davvero un paradosso: due società associate tra di loro vincono un appalto pubblico importante (in sette anni 50 milioni). Prima dell’aggiudicazione una delle due – la Camassambiente di Bari – viene bloccata da una interdittiva antimafia, misura prefettizia di carattere amministrativo che mette ai vertici della presunta società infiltrata dalla criminalità un commissario straordinario.

Subentra allora un’altra società – l’Anac d’accordo – accanto a quella superstite, la Gial plast di Taviano. Vi è un ricorso dell’abruzzese Tekneko, il Consiglio di Stato lo respinge. Si firma il contratto nel novembre 2017, a due anni dal bando di gara. Il servizio da prestare finalmente sta per partire ed ecco arrivare un’altra interdittiva antimafia proprio alla ditta tavianese.

Risultato: le due ditte associate tra loro sono entrambe fuori gioco, una del tutto (Camassambiente), l’altra in attesa di giudizio da parte della magistratura cui ha fatto ricorso.

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Altro paradosso I 78 dipendenti impegnati nel precedente sistema di raccolta dei rifiuti urbani solidi sono stati tutti “salvati” con un accordo fra Amministrazione comunale e sindacati; metà sono stati assunti dalla Gial Plast, l’altra metà dalla Colombo Biagio di Monza.

Però nel 50% del personale in carico alla Gial Plast vengono individuate delle persone – una decina – che per i loro precedenti penali, anche gravi, vengono sospesi dallo stipendio e dal lavoro dalla ditta finita nel mirino antimafia. Non hanno carichi pendenti come suol dirsi, cioè procedimenti penali ancora in corso; hanno presentato il certificato del casellario giudiziale al momento dell’assunzione, hanno scontato e da tempo le condanne inflitte. Eppure devono lasciare quel lavoro in un settore “ad alto rischio di penetrazione criminale”.

E l’altro 50% in carico alla società monzese? Non c’è nessun caso simile a quello rilevato nella Gial Plast? Pare che non sia proprio così: ci sarebbero una cinquina di situazioni uguali, dicono a mezza voce piuttosto indispettiti alcuni dei sospesi.

Risultato: la Prefettura di Lecce ritiene che ci siano i presupposti per intervenire con la sospensione ed il commissariamento dell’azienda; quella di Bari, competente per l’azienda lombarda, non ne ravvisa gli estremi, almeno finora.

Si potrebbe poi aggiungere, in un quadro amministrativo e giuridico che appare alquanto contraddittorio e pesante, anche la decisione di alcuni Comuni di non rinnovare l’appalto alla scadenza della proroga (Ugento) o per altre motivazioni. Altri Comuni invece – ad esempio quelli dell’Aro 11: Gallipoli, Taviano, Alliste, Racale e Melissano, quest’ultimo alla scadenza del precedente contratto con la Armando Muccio di Taurisano – sembrano essersi rimessi alle decisioni della magistratura.

I sindacati stanno premendo non contro la misura antimafia, né in nome dei lavoratori tutti “santi”, piuttosto perché si esaminino le singole situazioni con la massima attenzione e si risolvano alcuni casi in cui, in assenza di cause penali in corso o di residui di pena, si faccia valere la Costituzione che assegna al carcere un potere redimente ed all’uomo, a tutti gli uomini, assegna il diritto-dovere al riscatto.

Difficile dar loro torto. In una situazione sicuramente esposta ad appetiti criminali, vischiosamente avvolgenti e contaminanti, lo Stato ha il compito più grande e delicato: colpire con chiarezza e precisione. E in fretta.

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