Da Taviano a Adidome (Ghana) per curare giovani disabili nella diocesi dell’Opera don Guanella

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Taviano – La laurea a Roma, poi la partenza. Destinazione Ghana, in Africa. «Precisamente un villaggio ad Adidome, a tre ore dalla capitale Accra»: a parlare è Elisa Parata, 26enne di Taviano, con alle spalle una esperienza nell’Africa occidentale terminata pochi giorni fa.

«Dopo la laurea in Tecniche di neurofisiopatologia all’Università di Tor Vergata nel 2016 e qualche lavoretto nella capitale – racconta – nel 2018 ho partecipato a un bando del Servizio civile. Dopo essere stata selezionata ho scelto, fra i progetti disponibili, quello nella Repubblica del Ghana». Nello stato africano Elisa c’era già stata nel 2017, una volta per una vacanza di tre settimane e un’altra lavorando tre mesi alla realizzazione di un e-book per ragazzi.

Un anno di servizio civile

Stavolta invece l’esperienza è durata un anno accanto ai padri dell’Opera don Guanella per un progetto a favore dei giovani disabili nella diocesi di Keta-Akatsi, nel Ghana orientale, ai confini con il Togo. «Seguivo 23 bambini affetti da Sindrome di Down, autismo, paralisi cerebrale o polio. La disabilità in Ghana – spiega la giovane salentina – non è accettata come in Italia, anzi la gente ne ha persino paura. Su questo aspetto si lavora moltissimo”.

Nei villaggi persistono diffuse credenze religiose come il juju. Ricordo un ragazzo della nostra comunità che aveva degli spasmi continui. Quando tornava a casa – dice Elisa – i parenti lo facevano dormire in uno sgabuzzino perché temevano che, accudendolo, qualche spirito malvagio si sarebbe impossessato dell’intera famiglia!».

“La disabilità vista come una vergogna”

Com’era il tempo libero di questa giovane, balzata dalla natìa Taviano al Ghana? «I preti dell’Opera Don Guanella coi quali vivevo – sorride – erano molto rigidi per quanto riguarda le nostre uscite, ma senza cattiveria: semplicemente avevano paura per noi. Eppure il Ghana è uno dei Paesi più pacifici dell’Africa e ha ottenuto l’indipendenza molto presto rispetto ad altri stati africani (nel 1957, ndr). La situazione politica e sociale – insiste la giovane tavianese – è tranquilla, ci tengo a sottolinearlo. In Ghana non arriva la gente col machete a derubarti».

Altro capitolo, i trasporti. «Ci si sposta a bordo di enormi furgoni scassati chiamati “tro-tro”. Nonostante questo in Ghana tutto è vissuto con serenità. I “tro-tro” non partono finché non sale l’ultimo passeggero. Possono attendere dieci minuti o tre ore e nei giorni di mercato si riempiono di bagagli fino a “esplodere”. Raramente però si arriva a destinazione senza intoppi, cioè senza che il mezzo si spenga o la benzina finisca».

La sanità Ghanese

Un “intoppo” però Elisa l’ha vissuto, e stavolta i “tro-tro” non c’entrano. «Un anno fa mi sono ammalata di polmonite e mononucleosi, malattia quest’ultima comune in Italia ma non in Ghana e infatti non hanno saputo diagnosticarla. Sono stata ricoverata per dieci giorni, entrando così in contatto con la sanità ghanese. Condizioni pessime, ospedali tutti a pagamento, si paga anche il paracetamolo. Per questo la gente va a ricoverarsi solo quando è in fin di vita».

Chissà cos’avranno pensato i familiari, “lassù” nel Salento, sapendo della figlia ricoverata in Africa: a proposito, lo sapevano? «No, lo confidai solo a mia sorella e mia zia. Mia madre l’ha saputo in un secondo momento ed è uscita fuori di sé. Però tutto sommato i miei si sono rassegnati. A 13 anni scrissi un “libro” contro il razzismo e all’Università ho sempre frequentato gruppi che si occupano di volontariato, da Emergency a Baobab. Quindi conoscevano queste mie inclinazioni».

L’incontro con Mia

Il Servizio civile di Elisa è terminato ufficialmente il 14 gennaio. La 26enne tira fuori dal cassetto altri due ricordi. Uno risale al giorno di Natale, poche settimane fa. «L’ho trascorso in una spiaggia a casa di amici brasiliani. Con noi c’erano altri due amici ghanesi. Io ero l’unica italiana e ho preparato la lasagna!».

Per il secondo ricordo bisogna andare allo scorso 23 luglio. «Stavo distribuendo volantini – racconta – per promuovere un campus nel nostro villaggio. A un certo punto noto una donna con due cucciolate di cani. Amo i cani e nonostante ce ne siano molti in Ghana affetti da rabbia e altre malattie, mi sono avvicinata. Quella donna ne ha scelto uno, femmina, e me l’ha regalato. In Ghana mangiano abitualmente cani e gatti: se quel cucciolo lo avessi lasciato lì non so che fine avrebbe fatto. Si chiama Mia e ora vive con me a Taviano».

Il rientro

Già, Taviano. Dove Elisa è rientrata e attualmente cerca lavoro, sognando “di realizzare qualcosa che metta insieme la mia parte salentina e la mia parte ghanese”. E il Ghana? «Sicuramente ci tornerò. I miei amici – scherza – mi prendono in giro perché dico di voler girare il mondo ma poi finisco sempre lì, in quel pezzo d’Africa ogni tanto privo di acqua e luce ma avvolto dal cielo più bello che abbia mai visto».