Da Nardò al Libano, la vita di Paola Fracella, volontaria nell’Operazione Colomba al fianco dei profughi siriani

Dopo la laurea in Scienze politiche, relazioni internazionali e diritti umani, la giovane ha scelto di vivere a tremila chilometri da casa, nel Vicino Oriente

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Paola Fracella con il piccolo siriano Hammoudi, 4 anni

Nardò – Circa tremila chilometri. È questa la distanza, secondo le mappe di Google, tra Nardò e Tel Abbas, villaggio del distretto di Akkar a nord di Tripoli in Libano, a cinque chilometri dal confine siriano. Una distanza che non ha impensierito Paola Fracella, giovane neretina che da oltre un anno vive qui come volontaria di “Operazione Colomba”, corpo civile di pace della comunità Papa Giovanni XXIII.

La vita in Libano, insieme ai profughi. La 23enne, dopo essersi laureata nel novembre 2017 in Scienze politiche, relazioni internazionali e diritti umani all’Università di Padova, ha scelto il Vicino Oriente. «Due settimane dopo la laurea ero già in Libano – racconta – in una terra che non ho più lasciato, se non per brevi stacchi tra una partenza e l’altra». Uno “stacco” come quello di questo periodo natalizio, che Paola trascorre a Nardò con amici e familiari in attesa, a gennaio, di tornare nel “suo” villaggio a Tel Abbas. «Un anno fa il giorno di Natale ero lì – ricorda – a consegnare regalini con un sacco di amici e volontari, anche italiani e palestinesi. In Libano vivo nel villaggio insieme ai profughi, nella tenda di un campo composto da 19 famiglie. Cento persone in tutto, la maggior parte bambini».

Il perché di questa scelta, maturata dopo la laurea triennale nell’ateneo veneto, Paola lo spiega con una risposta rapida e naturale: «Alcuni libanesi minacciavano di dar fuoco alle tende perché non volevano e non vogliono i profughi siriani nel proprio territorio. Il Libano è grande quanto l’Abruzzo. I libanesi sono circa 4 milioni, i profughi siriani 2 milioni: un profugo ogni due abitanti. La situazione è esplosiva – ricorda Paola, che a Nardò è anche un’attivista della prima ora dell’associazione “Diritti a Sud” – e il Libano non ha firmato alcuna convenzione sui rifugiati. Quindi non li riconosce come tali, considerandoli ospiti indesiderati. Per i siriani è vietato lavorare e i bambini fino a due anni fa non potevano andare a scuola. La sanità è privata – prosegue – e di difficile accesso già per un libanese povero, figuriamoci per un profugo siriano».

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Paola Fracella, i bambini siriani e altri volontari italiani

Il buonsenso di una ventenne a volte rende chiari anche conflitti planetari, che Paola affronta dopo un tragitto ben scolpito in testa: «Volo Brindisi-Roma, altro volo Roma-Beirut, poi pullman Beirut-Tripoli, e infine – sorride – la tappa Tripoli-Tel Abbas a bordo di furgoncini che sono una specie di taxi collettivo». La giornata a Tel Abbas è naturalmente scandita dai ritmi e dalle abitudini dei suoi abitanti. Mettendo in conto però emergenze e imprevisti, non rari da quelle parti. «Poco tempo fa, ad esempio, è stato arrestato un ragazzo siriano 19enne perché privo di documenti. Siamo andati subito a tirarlo fuori dal carcere: a differenza dei siriani, gli italiani lì sono ben visti dalla polizia. Le carceri libanesi sono piene per metà di siriani, incarcerati non per reati ma per il solo fatto di essere siriani o per aver svolto azioni a supporto di bambini o profughi». Non esiste la paura nel racconto di Paola. «Il campo di Tel Abbas è in una delle zone più povere del Libano. Anche i libanesi evitano di andarci. Da noi, però, ci si sente accolti. Quando si è in mezzo agli ultimi non si ha nulla da temere». In quell’angolo asiatico i volontari italiani di “Operazione Colomba” sono da due a otto, a seconda dai periodi. Paola Fracella è l’unica salentina.

La reazione della famiglia. Nel campo si parla arabo, che Paola non ha però studiato all’università. «Son partita senza conoscerlo. Vivendo lì ho imparato qualcosa, dialetto siriano compreso. Non lo parlo bene ma lo capisco». E la reazione della famiglia, che “spedisce” una figlia in Veneto fresca di maturità classica e se la ritrova volontaria in Libano? Sorride: «All’inizio non erano molto felici. Adesso si sono abituati e forse sono anche contenti». Li avrà convinti con quello che afferma subito dopo: «Lì non è pericoloso per me ma per i siriani. Subiscono soprusi di ogni genere e non hanno diritti per difendersi. Io ho scelto di vivere lì… loro no!».

Dalla denuncia alle strade possibili. «L’“Operazione Colomba” collabora a un programma per i corridoi umanitari di Cei, Comunità di Sant’Egidio e Chiesa valdese. Tramite un accordo tra la Sant’Egidio e i governi italiano e francese – spiega – il governo italiano, concedendo mille visti all’anno, può portare in Italia dei profughi in condizioni di estrema sicurezza (in aereo e non con i noti “traghetti del mare”). La soluzione per i profughi oggi è l’Europa, perché il Libano è una sorta di prigione circondata dalla Siria, dal mare e da Israele, senza vie di fuga se non con i barconi. E sappiamo cosa succede a chi prende la strada del mare».

Il sogno di Paola è uno, che “in grande” riguarda l’Europa e “nel piccolo” la comunità neretina: «Tramite i corridoi umanitari la mia città, la mia terra o la diocesi Nardò-Gallipoli potrebbe accogliere una famiglia di profughi siriani». Poi un occhio al Vecchio Continente: «I profughi siriani hanno scritto una proposta di pace: vogliono prendere parola sul destino del proprio Paese. Chiedono la fine dei bombardamenti e la creazione di una zona umanitaria in Siria inaccessibile ai gruppi armati. Noi ci impegneremo a diffondere in Europa questa proposta».

Il villaggio di Tel Abbas, in cui vive Paola Fracella

Esperienze umanitarie internazionali. Seppur giovanissima, Paola oltre al Libano ha vissuto esperienze a sostegno dei civili anche in Kossovo e Palestina. «Nel 2016 ho partecipato a un progetto del servizio civile internazionale e sono andata in Palestina a raccogliere le olive insieme ai contadini locali, costantemente attaccati dai coloni israeliani. L’estate scorsa, invece, rientrata dal Libano sono partita per l’Albania, per un campo estivo con i bambini. Passando dal Kossovo ho incontrato don Riccardo Personè (parroco neretino della chiesa delle Cenate, ndr). Don Riccardo è stato mio insegnante di religione al liceo e anche lui era lì a fare volontariato! Una coincidenza bellissima!».

Un appello alla condivisione. Diretta e concreta, Paola non sembra incline a lanciare il “fatidico” appello natalizio finale. Eppure un messaggio forse si ricava comunque quando, da brava donna salentina, parla della tavola: «I profughi, che non hanno nulla, ci invitano sempre a pranzare con loro chiamandoci “figlie” e “figli”. La condivisione è la cosa più bella. Ci dicono: “Siamo vostri genitori, vostri fratelli, vostre sorelle, vostri zii: dovete venire a mangiare con noi!”. Vedere un’anziana donna di Rakka chiamarti “figlia mia” è un’emozione che non si può descrivere».

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