Da Alezio a Tucson, Arizona, sull’oceano da clandestini: l’epopea di Otello (e Pippi), cuoco, fotografo, soldato volontario Usa, poi aviere e interprete

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Alezio – Le storie di emigrazione hanno quasi tutte il sapore dell’avventura. Alcune rasentano l’epopea. Otello Leopizzi, aletino, emigrò in America a bordo del transatlantico Duca degli Abruzzi. Raccontava di essersi imbarcato come clandestino da Napoli, assieme al fratello Pippi. Chissà se durante la navigazione furono scoperti e messi a lavorare, per pagarsi almeno in parte il biglietto, come spesso succedeva, oppure si mischiarono agli altri passeggeri di terza classe, nelle stive sovraffollate e maleodoranti. (nella foto Otello Leopizzi con la moglie Carmela Gnoni e il piccolo Gianfranco a Milano, anni Cinquanta)

Fatto sta che riuscirono a sbarcare a Ellis Island, il 16 aprile 1920, dove Otello dichiarò di avere 18 anni. In realtà ne aveva 14, essendo nato nel 1906. Probabilmente Pippi, maggiore di età, garantì per lui. Allora si poteva. In America c’erano già gli zii Luigi e Tommaso, con le loro famiglie, che si erano stabiliti a Tucson in Arizona. Ed è lì che, probabilmente, Pippi e Otello andarono all’inizio.

Nel reparto dei Ranger Anche Pippi finirà per stabilirsi in Arizona. Otello, invece, già prima della fine degli anni Venti, si trasferisce a Newark, nel New Jersey, dove si guadagna da vivere facendo il cuoco in qualche ristorante. Come tale, infatti risulta registrato nel 1928, al momento dell’arruolamento volontario nell’esercito americano. Viene assegnato ai reparti dei Ranger, nel 31° Reggimento di Fanteria, che sarà inviato nelle missioni militari americane all’estero. Nel 1929, infatti, troviamo Otello a Manila, nelle Filippine.

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Nel 1930 il reparto viene trasferito a Shanghai, in Cina, dov’era in corso la guerra civile. Gli Stati Uniti, e altre potenze straniere sostenevano il governo di Chiang Kai-shek contro le forze comuniste guidate da Mao Zedong. Otello aveva la passione della fotografia. Nel corso dei suoi viaggi raccolse una mole ingente di fotografie, che documentano minuziosamente usi e costumi locali, comprese macabre e crudeli esecuzioni capitali nelle Filippine e, soprattutto, in Cina. Sono foto un po’ sbiadite, color seppia, che raccontano di tempi duri e violenti, di luoghi, paesaggi e popoli esotici, così lontani e diversi dal suo Salento. Credo che farebbero la gioia di qualunque fotografo. (nella foto Leopizzi nelle Filippine con alcuni bambini e, sotto, un indigeno ritratto da lui)

Il 12 novembre 1931 si congeda con onore dall’esercito americano e  nel 1932 torna in Italia per il servizio militare nella Regia aeronautica, in qualità di aviere, presso l’aeroporto di Ciampino, a Roma.

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale viene richiamato e rimane in servizio fino al 1943, quando viene inquadrato delle truppe del ricostituito esercito italiano, ma distaccato presso il comando americano fino al 1946, svolgendo funzioni di interprete ufficiale a Lecce, Brindisi e Foggia, stimato e apprezzato, come si legge dalle varie note di servizio delle autorità americane. Durante un’incursione dell’aviazione tedesca a Galatina, ormai nelle mani degli angloamericani, fu ferito a una mano.

Otello concluse questa sua vita avventurosa nella natia Alezio, gestendo un negozietto di alimentari in via Franza. Ad Alezio aveva sposato Carmela Gnoni, una donna molto bella, con una vaga somiglianza a Ingrid Bergman, dalla quale ebbe due figli, Gianfranco e Annamaria, ambedue, purtroppo, prematuramente scomparsi.

Avevo poco più di 13 anni quando andai a trovarlo con una lettera di Gene Pitney, all’epoca adorato da milioni di fan in America e molto popolare anche in Italia. Da noi era diventato celebre dopo aver inciso la colonna sonora del film La Città Spietata (Town Without Pity, 1961), interpretato da Kirk Douglas, Barbara Rütting e Christine Kaufmann, per la regia di Gottfried Reinhardt. L’altro suo grande successo era stato Hello, Mary Lou.

Quando gli scrissi, Gene Pitney aveva appena partecipato al festival di Sanremo, con la canzone E se domani, in coppia con Mina e non speravo che mi rispondesse. Invece lo fece, inviandomi una lettera di risposta e una foto autografata. Le conservo ancora. C’erano alcune parole che non capivo, più che altro per la grafia. La lettera era scritta a mano. Mio padre mi consiglio di andare da Otello.

Lo trovai nel suo negozio, che leggeva un voluminoso tomo in inglese. Lesse la breve lettera e mi aiutò a decifrare la scrittura di Pitney, o di chiunque avesse scritto la lettera. Gene Pitney riceveva tonnellate di lettere dai fan di tutto il mondo, e pare che l’intera famiglia collaborasse ad evadere la corrispondenza. Vedendo che osservavo il volume con interesse, mi domandò: “Sai che libro è questo? È la storia di Al Capone.” Mi disse che era un libro appassionante. Quella di Alphonse Capone era stata una vita criminale, ma per molti italiani era stato un idolo.

Era sicuramente un libro che a Otello ricordava gli anni della gioventù in America, gli anni del proibizionismo, della scalata alle attività illegali da parte della mafia italiana, della grande crisi economica del 1929 e degli trenta. Erano, tuttavia, anche gli anni di Fiorello La Guardia alla Camera dei Rappresentanti, prima di diventare sindaco italiano di New York, e del New Deal di Franklin Delano Roosevelt, che avrebbe fatto uscire l’America dalla depressione e ne avrebbe cambiato per sempre il volto.

Il libro se l’era portato dietro quando era tornato in Italia, assieme a qualche altro volume. Credo che fosse la biografia del famigerato gangster che Fred Pasley aveva scritto nel 1930 (Al Capone: The Biography of a Self Made Man, Garden City, New York 1930), quando Al Capone era già stato dichiarato Nemico Pubblico N. 1.

L’idolo Al Capone Un anno dopo sarebbe stato condannato a 11 anni di carcere per evasione fiscale. Era un libro che Otello aveva sicuramente già letto più di una volta, a giudicare dalle condizioni. L’aveva anche rilegato con un foglio color carta da zucchero, di quelli che una volta i negozianti usavano per incartare. Mi fece dare un’occhiata e mi chiese di leggergli qualche rigo ad alta voce. Non avevo mai letto da un vero libro in inglese fino ad allora. Ero emozionato, ma me la cavai bene. Qualche tempo dopo me lo prestò da leggere.

Anni dopo mi chiamò perché dessi un’occhiata a una lettera che aveva scritto a un senatore americano, suo vecchio amico e, probabilmente, compagno d’armi, chiedendo assistenza per avere un qualche riconoscimento per il servizio prestato nell’esercito americano nel Pacifico e come interprete in Italia, durante la Seconda guerra mondiale, agli ordini di un generale americano. La lettera era scritta in un buon inglese, con solo qualche incertezza sui verbi. Fu contento dei miei consigli e mi ringraziò caldamente.

La richiesta, nonostante l’assistenza dell’amico americano, non fu accolta per insufficienza di documentazione. Ogni volta che passavo davanti al suo negozio, mi capitava di vederlo sulla soglia, col suo immancabile camice grigio, che sembrava uscito davvero da un film americano degli anni trenta, e mi salutava a gran voce in inglese, “Hello, my friend, how are you?” “Very well,” gli rispondevo immancabilmente, “How about you?” “Ok,” concludeva con un sorriso. Otello si è spento nel 1986. Sua moglie Carmela lo aveva preceduto nel 1971.

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