Coronavirus e “fase due”: c’è da attendere per le Messe con fedeli. Intanto c’è chi invita al dialogo e chi ricorre al Tar

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Gallipoli – Tra le aperture previste dalla “fase due” dell’emergenza Coronavirus la celebrazione delle messe con i fedeli non viene contemplata (si dovrà forse attendere l’11 maggio tra le molte limitazioni ancora allo studio) e nel mondo ecclesiastico scoppia la polemica. A dare la stura ad un malcontento fino a quel momento latente è stato il documento con il quale, domenica scorsa, la Conferenza episcopale italiana ha duramente reagito alla presentazione del nuovo decreto da parte del premier Conte (poche ore dopo la diretta tv).

Malgrado il successivo intervento di Papa Francesco, che nella messa quotidiana da Santa Marta ha cercato di ridimensionare la polemica, richiamando al rispetto delle leggi e all’obbedienza, l’attrito rimane.

Mons. Filograna “fiducioso nel dialogo”

«Abbiamo tutti a cuore la salute pubblica – fa sapere il vescovo della diocesi di Nardò-Gallipoli, mons. Fernando Filograna – e, notando che per altri luoghi e dimensioni della vita si procede già ad una ripresa codificata in norme di distanziamento e presidi sanitari da adottare, non ci si spiega perché per i luoghi di culto non si proceda in tal senso. Restiamo fiduciosi che il dialogo tra Cei e Presidenza del Consiglio dei Ministri possa chiarire questo dubbio e, magari, siano definite le criticità che al momento sembrano insormontabili».

«Dal 4 maggio apriranno i musei e ci sarà pure una maggiore apertura per lo sport, ma per i cattolici l’unica concessione è quella di far celebrare i funerali, all’aperto e con un numero massimo di 15 persone. Per le Messe, invece, bisognerà attendere ancora. In sostanza si consente l’accesso ai supermercati ma ci si dimentica delle esigenze dei fedeli», fa sapere un parroco del basso Salento che preferisce conservare l’anonimato.

Chi protesta e chi attende “tempi migliori” 

Protestano anche alcuni fedeli laici, come il gallipolino Biagio Ghiaccio (a Reggio Emilia per lavoro) che afferma: «Si può tornare in fabbrica, viaggiare  sui treni, autobus e metropolitana, a distanza di un metro o poco più e con indosso la mascherina, perché dunque non permettere, rispettando le forme compatibili con l’attuale situazione di emergenza, l’esercizio della libertà di culto e la desiderata azione pastorale della Chiesa da parte di milioni di cittadini?».

Anche tra i parroci c’è però chi la pensa diversamente. «Sarei stato il primo a ribellarmi se le misure restrittive fossero state ispirate da motivazioni politiche o per ostilità verso la religione. Non è così: le nostre chiese sono rimaste sempre aperte per la preghiera individuale. Certo, è una sofferenza anche per noi sacerdoti celebrare “sine populo”, ma anche la salvaguardia della vita è un comandamento di Dio e un sacramento. Anche il Papa ha richiamato al rispetto delle leggi e all’obbedienza. Accettiamo la situazione e andiamo avanti, in attesa di tempi migliori – fa sapere un parroco della diocesi di Nardò-Gallipoli (con incarichi in curia) – pensiamo piuttosto alle migliaia di morti a causa del Coronavirus e approfittiamo magari di questo tempo di “riposo forzato” per inventarci modi nuovi di stare insieme. Ricordiamoci della sensibilità dei singoli preti, alcuni dei quali stanno coinvolgendo i  fedeli con riunioni virtuali o tramite whatsapp».

“Dialogo necessario”

Padre Francesco Marino

Anche da Parabita, il superiore del santuario padre Francesco Maria Marino (dell’Ordine dei predicatori) invita a smorzare i toni: «Hanno le loro buone ragioni entrambe le campane, sia quella che vede una limitazione alla libertà di culto, sia quella più restrittiva tesa alla esclusiva salvaguardia della salute pubblica. Non inaspriamo gli animi: il pericolo c’è e non possiamo far finta che non ci sia. È indubbio che il popolo sta soffrendo, ma ci troviamo dinanzi a una  situazione inaspettata di pandemia. Penso ad un ritorno graduale alla normalità: ora occorre far leva, però, sul senso di responsabilità di tutti, sia di noi pastori che dei fedeli. Inasprire gli animi oggi non giova a nessuno: per questo motivo non condivido la linea aspra dei vescovi contro il governo, perché potrebbe apparire come un voler delegittimare le norme giuridiche. Abbiamo, mai come ora, invece, bisogno di dialogo».

La Democrazia cristiana, intanto, attraverso il segretario Angelo Sandri (di Udine) e il vice-presidente Alessandro Calabrese (Taranto) invia una lettera al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al premier Giuseppe Conte nella quale, pur plaudendo all’apertura fatta per la celebrazione dei funerali, si esprime scetticismo sull’esclusione della celebrazione della Messa: «Essendo il Pdcm un provvedimento essenzialmente di carattere amministrativo non può di certo prevaricare il dettato costituzionale che tutela la libertà di culto», fanno sapere.

Mantovano ricorre al Tar

Alfredo Mantovano

Critiche all’ultimo decreto di Conte arrivano anche dal magistrato di Cassazione (nato a Lecce) e vice presidente del Centro studi Livatino, Alfredo Mantovano (già parlamentare e sottosegretario agli Interni) che preannuncia un ricorso al Tar del Lazio: «Quale potere ha il Governo di decidere quale tipo di Messa sia ammissibile e quale no? L’incoerenza già presente nel Decreto di due settimane fa, ora è accentuata: è consentito entrare in un luogo di culto e però, alle medesime condizioni di prevenzione, ai fedeli presenti in chiesa è permesso di assistere a una Messa solo se si celebra un funerale. Dunque, non vi è solo la lesione del diritto alla libertà religiosa (art. 19 Costituzione), ma l’altrettanto pesante lesione dell’art. 7 che richiama l’Accordo di revisione del Concordato, che a sua volta subordina a una intesa ogni intervento di autorità civile nella vita della Chiesa italiana», conclude.