Cinque Comuni del Leccese sciolti per mafia in due anni mezzo (dieci in tutta la Puglia). I magistrati, i giornalisti e i muri di indifferenza

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La preannunciata sentenza dello scioglimento del Consiglio comunale di Scorrano è alla fine arrivata nei giorni scorsi. Le motivazioni sono condensare in alcune decine di pagine e, soprattutto, sono state ritenute sufficienti per mandare tutti a casa. Con il consueto contorno di “non siamo un paese di mafiosi”, “questo paese non merita questa macchia”, “ma quale mafia…”.

Scorrano va ad aggiungersi ad altri nove Enti locali sciolti per infiltrazioni mafiose in tutta la Puglia. Con un particolare: la mannaia che scioglie i rapporti Comune-amministratori è calata nel solo Salento cinque volte. Hanno preceduto Scorrano, Carmiano Surbo Sogliano Cavour e Parabita negli ultimi due anni e mezzo.

Troppi? C’è da allarmarsi? Cosa accade in questa provincia sotto il pelo dell’acqua? La risposta l’ha data a fine gennaio la Direzione investigativa antimafia che ha fissato in cinque capitoli l’analisi del crimine e del malaffare.

Accanto alla economia grigia (da e per l’Albania per edilizia e turismo), ai flussi di droga da Est e da Ovest, alle giovani leve emergenti ed al ruolo nient’affatto subalterno delle donne, c’è lei, la Corruzione. “Diverse inchieste avrebbero dimostrato – si legge nella reazione della Dia – l’esistenza di relazioni più o meno dirette tra esponenti della criminalità, imprenditori, amministratori locali o dipendenti di enti pubblici, finalizzate a favorire gli interessi delle cosche nell’aggiudicazione di appalti e commesse pubbliche o semplicemente nella gestione di esercizi commerciali utilizzati per il riciclaggio”.

Le intrusioni in ambiti politici, economici e istituzionali sono ormai diventati – pare di capire dalle attenzioni riservate loro dagli investigatori – una linea operativa ideata e strutturata della criminalità organizzata che approfitta di alcuni fattori che sembrerebbero, ad una prima occhiata, del tutto avulsi e lontani da questo contesto.

Tra i principali elementi gli inquirenti mettono la scarsa o nulla selezione del personale politico, la marginale attività di partiti, l’organizzazione in sede locale di compagini “civiche” che spesso, sotto elezioni, presentano liste e mandano in Municipio i propri candidati. Le chiacchiere che spesso accompagnano certe operazioni, un po’ troppo di facciata, non rilevano.

Servono appunto indagini (assai difficili: il voto di scambio è per esempio tra i reati più difficili da provare), commissioni prefettizie, gli specialisti del Ministero dell’Interno, prima che si giunga eventualmente alla firma del Presidente della Repubblica.

Infatti i decreti di scioglimento non hanno carattere penale, bensì amministrativo. Ma ciò non alleggerisce il peso delle responsabilità di coloro che si prestano ad agire nelle Istituzioni. Resta importante, se non preminente, la scelta che ciascun cittadino fa nelle urne, in segreto e più o meno consapevolmente esprime il candidato da cui farsi rappresentare. C’è, una volta ogni cinque anni, un potere enorme in quella matita con cui si scrive sulla scheda.

Facile dire poi, con un rito che si vorrebbe assolutorio, che “tanto si sapeva”, che “quelli lì stavano dappertutto”, che “se non passavi da qualcuno prima…”. Facile, ma assolutamente non libera dalla propria parte di colpa, che resta incancellabile. Soprattutto nei paesi ci si conosce davvero tutti. E se intorno ad una certa scelta urbanistica o all’affidamento di servizi lucrosi (si pensi alla raccolta rifiuti) si muove qualcuno, questo qualcuno ha un nome e un cognome noti ai più.

Un altro aspetto riguarda il ruolo della informazione, dei giornalisti, del loro lavoro d’indagine, di cui in questi giorni si è parlato sia sulla rete sociale facebook che al Festival del giornalismo locale, Figilo, a Gallipoli. “Si sciolgono i Comuni per Mafia ma sono stati rari i lavori d’inchiesta, non vi pare?”. In questo appunto c’è qualche elemento di verità.

Non si fanno inchieste giornalistiche quante ce ne vorrebbero e non soltanto nel campo minato delle infiltrazioni criminali. Forse anche per la crisi dei giornali e dei bilanci che non possono permettersi condanne con risarcimento danni; forse per il ricorso frequentissimo a querele temerarie, infondate ma che comunque raggiungono l’obiettivo di infastidire o intimidire il giornalista che vuole risposte; forse a causa di una tensione sociale piuttosto alta e sbrigativa (a Ostuni su pubblica strada due giornalisti sono stati picchiati perché stavano facendo il loro lavoro a margine di un omicidio colposo).

Sta di fatto che intorno ai Municipi indiziati di sospettosi  connubi non c’è più quella accesa attenzione morale e politica che, per esempio, si respirò su casi ormai lontani nel tempo, come a Gallipoli. Anche lì ci si scagliò contro il cronista (“Stai rovinando l’immagine della nostra città”, mi si disse), ma il confronto anche aspro tra diversi soggetti fu coinvolgente e alla luce del sole, mentre nell’ombra impazzava il clan della Sacra corona unita.

In definitiva, ci saranno pure colleghi in voluta sovraesposizione ed altri che minimizzano, ma forse non è il caso di sfiancarsi dietro a queste contese. il nostro mestiere resta sempre quello definito nell’articolo 2 della legge sull’Ordine (1963), preso e riportato pari pari nel Testo unico dei diritti e dei doveri dei giornalisti di quattro anni fa. Chi non lo rispetta è un cattivo compagno di lavoro, mafia o non mafia.

Ma se gli indagatori (magistrati e giornalisti, ognuno per proprio conto) incontrano lungo il loro scrupoloso lavori alti muri di omertà, tipici di certi ambienti, o minacciosi avvertimenti sempre più spesso maneschi, qualcosa vorrà dire sul contesto sociale in cui gli uni e gli altri devono agire e noi tutti vivere; un contesto sonnacchioso, fintamente tranquillo in comunità i cui limiti non sono rappresentati solo dalla mancanza di coraggio. Diceva Longanesi degli indifferenti: “Quando suona il campanello della loro coscienza, fingono di non essere in casa”. E la corruzione ringrazia per l’aiutino.