Chiese, castelli, parchi: quando i beni storici e paesaggistici possono diventare un affare. Esempi e suggerimenti dall’incontro internazionale di Gallipoli

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Gallipoli – C’è stata tanta Gallipoli nell’incontro internazionale di studi “Segni, immagini e storia dei centri costieri euro-mediterranei, varianti e strategie paesistiche” in un incontro culturale internazionale al Bellavista di Gallipoli.

Gallipoli, il Salento e il Mediterraneo; Gallipoli e Venezia; Gallipoli e Tabarca (Tunisia); Gallipoli e l’economia che gira intorno al paesaggio ed ai beni storici: sono questi alcuni dei passaggi che i numerosi relatori – provenienti da Università italiane, spagnole, maltesi e slovene – hanno riservato alla città scelta per il convegno internazionale.

A Gallipoli perché centro d’interesse che, nella storia, ha avuto collegamenti politici, culturali, commerciali con Napoli e con altre località del Mediterrano”, ha spiegato il  professore ed architetto Ciro Robotti, ordinario nell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, coordinatore dell’iniziativa con la collaborazione di Alfredo Baccaro (Università Federico II di Napoli) e Attilio Caputo, direttore generale del gruppo Caroli Hotels, ancora una volta impegnato sul versante dello studio e dell’innovazione in materia di bellezze del territorio, della loro conservazione e fruizione.

Il professore Robotti ha tenuto i fili della “due giorni” patrocinata dai Comuni di Gallipoli e Castrignano del Capo, della Provincia di Lecce, dalla “Federico II”, da Unisalento e da Cirice, Centro interdisciplinare di ricerca sull’Iconografia della Città europea dell’Università di Napoli.

Della Convenzione europea del 2000 ha parlato il professore insignito dal Presidente Mattarella del titolo di Grande ufficiale al Merito della Repubblica italiana; di paesaggio inteso nella sua più ampia accezione e con riferimento “a tre punti fondamentali: l’Uomo nel suo tempo e nelle sue azioni nel suo territorio; le risorse naturali, urbanistiche, e storico-artistiche; le risorse materiali e immateriali per lo sviluppo del paesaggio”, come ha precisato il coordinatore, vecchio frequentatore del Salento.

Una paesaggio inteso nel suo divenire, alla cui dinamiche devono partecipare gli abitanti di quel territorio “per migliorare il contesto, abbellire, collegare, creare infrastrutture”. E’ conseguenza della partecipazione la tutela ambientale, è un fatto culturale”, è la sottolineatura del prof. Robotti, che spazia nelle sue citazioni tra i castelli di Acaja, Nardò, Gallipoli, Lecce.

Con i suoi occhi, che ne ha viste e studiate di realtà urbane, l’architetto napoletano così descrive le sensazioni che gli suscita Gallipoli: “Bella, naturalmente bella, un mare meraviglioso, scintillante, con un patrimonio edilizio storico omogeneo nella sua strutturazione: case raggruppate in cortili comuni che indicano anche l’attività artigianale del luogo”.

Tanti i collegamenti con la sua Napoli ma non solo: “Quando Napoli era capitale borbonica, c’era Dimora, l’Accademia del grande pittore Francesco Solimeni, la cui scuola stava qua, come dimostrano le tele nel Duomo”. E poi i ponti sorti per collegare la terraferma agli isolotti, come a Venezia, a Gallipoli, appunto, e a Trabaca, sulla costa tunisina, “Tutte componenti della grande cultura mediterranea”.

Nel libro finale che conterrà i 18 contributi di autori italiani e stranieri. Con suggerimenti sul futuro prossimo. Uno lo riserva ancora una volta a Gallipoli e alle sue prospettive il prof. Robotti: “Quando i Comuni si aggregano con propri processi economici e finanziaria, possono fare grandi passi insieme: occorre mettere a valore i beni di cui dispongono facendo dei cittadini i veri decisori con cui concordare valori e priorità”.

Non solo studi ma anche economia Questa linea tracciata dal coordinatore dell’incontro è stata ripresa e approfondita dal professore Saverio Miccoli, originario di Otranto, dell’Università La Sapienza di Roma. Gallipoli ha parte di una Italia che ha un grande tesoro su cui investire “e non lo sa”: citando dati del Ministero dei beni culturali e ambientali del 2017, ha snocciolato numeri impressionanti.

Una ricchezza unica Sul territorio nazionale ci sono 54 siti Unesco (nessun altro Pese al mondo ne ha tanti), 85mila chiesa valorizzate; 5mila castelli; 40mila dimore storiche, 62mila beni archeologici e architettonici tutelati; infine vincoli e tutele sul 46,8% del territorio italiano. “Eppure le risorse per la tutela ammontano a 1,42 miliardi, lo 0.31% del Pil. La media europeaè allo 0,43% ma l’Italia – rimarcato il professore Miccoli – ha un patrimonio nettamente superiore ma con un reddito inferiore a quello medio europeo”.

Negli ultimi quattro anni gli introiti dal godimento dei beni nazionali sono risultati in crescita, con in testa sempre il Colosseo e i Fori romani (48 milioni annui), Pompei e gli Uffizi di Firenze.

C’è la disponibilità a pagare per poter fruire di beni culturali – afferma sicuro Miccoli – per cui i fondi per la tutela non sono soldi buttati al vento. Si può pensare a bond (obbligazioni) o a tasse di scopo. Importante però è coinvolgere le comunità, che dopo essere informate e quindi rese consapevoli del valore economico condiviso, possono scegliere una molla di crescita culturale ed un moltiplicatore economico”.

(Nelle foto il direttore Caroli Caputo e i prof. Miccoli e Robotti; il Castello aragonese di Gallipoli)