Casaranello e il suo mosaico: le ipotesi di studio di due appassionati cultori di storia locale

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La chiesetta di Santa Maria della Croce

La nostra piccola Chiesa di S. Maria della Croce, ha avuto negli ultimi tempi altri appellativi:  nel ‘600 S. Maria de Idria, nel ‘700 S. Maria della Croce e anche S. Maria Gratiarum, dalla fine dell’ 800 era definita anche Chiesa del Cimitero, ma l’appellativo con cui è maggiormente conosciuta è “Chiesa di Casaranello”.

Essa, come quasi tutti gli edifici antichi, ha degli interrogativi ancora irrisolti sui quali, ultimamente, ci si dibatte, anche con una certa animosità: Impianto originario a croce greca o latina? Un mausoleo, un martirium, o altro? Il pregevole mosaico, che poi è il cuore di tutto, cosa realmente rappresenta? E tanti altri quesiti non di poco conto. Molti si sono cimentati a dare la loro interpretazione, ma in questo campo è difficilissimo trovare la verità, pertanto, sarebbe saggio non mettere da parte quella dose di umiltà che è, comunque, utilissima in tutti i frangenti.

Socrate stesso diceva di se di “sapere di non sapere” e, quindi, con la premessa che siamo completamente ignoranti e profani della materia, spinti dal comune impeto che ci viene dalla curiosità e dalla passione verso ciò che insiste in questa nostra città, attratti dai contenuti del libro, anzi del trattato, su Casaranello che Leo Stefàno (scomparso lo scorso 18 gennaio: lo studio che pubblichiamo, a firma di Rocco Severino De Micheli e Fabio Cavallo, reca la data dell’11 gennaio 2021, NDR) ha scritto quale compendio, spesso anche critico, di ciò che nel tempo si è detto, a partire dalla riscoperta dei tesori di Casaranello da parte di Arthur Haseloff nel 1906, nonché stimolati dal recentissimo libro di Francesco Danieli e Alessandro De Marco, noi due, elaborando un’embrionale supposizione formulata da uno di noi, abbiamo sviluppato un’ipotesi comune (qui il documento in PDFsul probabile significato di una parte dell’opera musiva ivi contenuta e precisamente quella dei quattro pennacchi della cupola.

Sottoponiamo tale ipotesi ai numerosi esimi studiosi che si sono interessati a questo pregevole edificio cristiano, annoverato tra i monumenti nazionali già prima del 1900, come spunto di studio, se ritenuto valido, per una nuova via da seguire nel cercare la verità.

Il nostro intento è anche di stimolare un dibattito evitando l’imposizione delle idee tramite la retorica e la persuasione, quindi, siamo qui a presentare sommessamente la nostra ipotesi quale tessera in questo mosaico di interpretazioni, ripetiamo, senza pretesa alcuna e nel rispetto di tutte le altre sin qui formulate, coscienti che in ogni caso saremo oggetto di critiche.

Prima di addentrarci a descrivere il mosaico, vogliamo solo dire la nostra in merito alla struttura originaria dell’edificio: noi propendiamo per l’impianto originario a croce greca con orientamento est-ovest nel rispetto della regola, dettata dal Concilio di Nicea del 325, che imponeva che le nuove costruzioni di culto fossero orientate in modo tale che i fedeli e il celebrante avessero lo sguardo volto ad oriente.

Questa, crediamo, fosse stata la direttiva seguita nella costruzione originaria, e rispettata poi con il successivo ampliamento dell’edificio tramite l’allungamento del braccio occidentale, sempre con sviluppo est-ovest. Ad onor del vero, anche molti luoghi di culto pagani avevano la medesima struttura e orientamento, oltre che utilizzare il simbolo della croce, ma noi non vogliamo affatto pensare che questo sia stato un edificio di culto pagano trasformato in cristiano.

E anche se in esso è presente qualche simbolo pagano, esempio la lepre che mangia dell’uva, ritenuto un simbolo erotico per eccellenza, ciò non deve trarre in inganno perché il simbolismo nelle raffigurazioni cristiane risente molto di quello pagano e spesso vi è una promiscuità di elementi. Questa promiscuità si è spinta sino ai nostri giorni, altrimenti non si spiegherebbe la presenza di simboli extra-cristiani nelle nostre chiese -senza andare molto lontano, citiamo ad esempio le figure apotropaiche della nostra chiesa madre.

Anche se tutto ciò non risulta sufficiente a scartare l’ipotesi pagana, siamo convinti che, soprattutto per il congruo tempo intercorso tra la dichiarazione del Cristianesimo come religione di stato, ad opera dell’imperatore Teodosio I (anno 380) e la costruzione del nostro tempio (V o VI sec.), è improbabile che si sia deciso di costruire un edificio pagano. A fortiori, osservando la cupola della coeva Chiesa di Sant’Apollinare in Classe, (prima metà del VI sec.), tempio cristiano sin dall’origine, si nota che le stelle della cupola sono molto simili a quelle decorate nella cupola di Casaranello. 

Certi, quindi che siamo di fronte ad un’opera musiva cristiana sin dall’incipit entriamo nel nocciolo della nostra ipotesi focalizzata sui pennacchi della cupola. Al di sopra della foglia della quale ne parleremo dopo, posta alla base di ogni pennacchio,  noi crediamo vi sia, per ciascuno di essi, la rappresentazione allegorica dell’utero, come era conosciuto dagli anatomici dell’epoca (es. Sorano di Efeso. I sec. d.C., pioniere della ginecologia), ossia una struttura complessa con sette cavità per altrettanti feti, anche se nel nostro caso di cavità (girali di acanto) e di feti (fiori e frutti) n’è qualcuno in più.

Un espediente, nell’allegoria, utilizzato dall’ignoto e facoltoso committente (un religioso di alto rango?) che, per non cadere in una pericolosa blasfemia, quella di rappresentare tout court un organo riproduttivo in un luogo sacro, ha fatto camuffare in articolate raffigurazioni floreali e fruttifere questo intimo atto di concezione, mettendo in risalto quell’organo anatomico che appartiene sia alla madre sia al figlio: la placenta.

Infatti, in questo allegorico utero, ripetuto in maniera molto simile su tre dei quattro pennacchi, escludendo quello a NW per il quale si dirà in seguito, si nota, appena sopra la foglia di fico, un varco, ricavato tra due volute di acanto, dal quale ha origine una figura verticale con testa a cupola avente un filamento appeso, essa, a nostro parere, rappresenterebbe appunto una placenta munita di cordone ombelicale e alla cui terminazione sarebbe visibile una piccola quantità di liquido amniotico.

La placenta della foto n. 2, come abbiamo detto, presente in tre dei quattro pennacchi, la si può confrontare con la struttura della moderna anatomia, e salvo piccolissime differenze (artistico-musive)  è sovrapponibile. I nostri antenati la conoscevano così come è sin dalla notte dei tempi perché nasceva insieme con il bambino!

Le si dava un’importanza enorme, tant’è, a modo di esempio, che nell’antico Egitto il faraone Narmer guidava le processioni preceduto dalla sua placenta, fissata in cima a una lunga asta, da cui pendeva il cordone ombelicalePassando al pennacchio posto a NW, in esso si scorge, partendo sempre dalla foglia, una specie di picciolo con una figura bianca contornata di rosso posizionata su di esso. E’ un insieme molto simile, eccetto nel colore, alla figura presente nel mosaico parietale dell’edicola di San Felice nella basilica di Cimitile (IV-V sec.).

Noi intravediamo in questo insieme un fiore stilizzato di acanto, esso era considerato simbolo di verginità poiché cresce spontaneamente nella terra incolta, ma anche simbolo di risurrezione, non sarebbe da escludere però anche la possibilità che sia rappresentata una colomba (Spirito Santo). Insieme a questo  simbolo vi sono due grappoli d’uva (simboleggianti Cristo), e due pere (simboleggianti il suo amore verso l’umanità);

Sul fatto che i pennacchi simili (quelli con la placenta) siano tre mentre uno, quello posto a NW (avente il fiore di acanto o colomba), differisce da essi in molti aspetti, si potrebbe supporre che il committente abbia voluto espressamente differenziare le figure per un preciso messaggio (anche se codificato) che tenteremo di descrivere nelle conclusioni, sottolineando che se non fosse stata questa la sua intenzione, avrebbe decorato tutti e quattro i pennacchi allo stesso modo, almeno nella figura centrale (o tutti fiori di acanto o tutte placente).     

E la foglia di fico, alla base dei quattro pennacchi? Essa secondo noi alluderebbe all’episodio del “peccato di Eva”: “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.” (Genesi 3,7) e anche: “…tutti gli alberi che si trovavano dalla mia parte avevano perso le foglie, ad eccezione di uno solo, il fico. Prèsene delle foglie, me ne feci delle coperture, e si trattava degli stessi alberi dei quali avevo mangiato.(è Eva che parla nell’ Apocalisse di Mosè – Apocrifo del primo sec.).

Quindi non una mela, ma un fico. Questa pudica copertura avvalorerebbe maggiormente l’ipotesi che ciò che trovasi raffigurato al di sopra di essa è un apparato genitale femminile. Questa delicatissima supposizione che sottintende l’attribuzione del peccato originale anche a Maria (Nuova Eva) non scandalizzi il lettore, infatti, pur se la Sua concezione immacolata era ipotizzata dai padri della chiesa, e i cristiani d’Oriente sembra che la festeggiassero già dal V sec., in Occidente ebbe la sua comparsa soltanto intorno all’XI sec. (Inghilterra e Normandia), poi la si affrontò nel Concilio Tridentino (XVI sec.) e infine sfociò nel dogma del 1854. Come abbiamo detto all’inizio di questo scritto, ma ci ripetiamo, il nostro intento è solo quello di aprire un nuovo orizzonte per poi lasciare lo spazio a chi compete, pertanto, traiamo le nostre conclusioni solo con questo precipuo scopo.

Secondo noi, il complesso musivo descritto è incentrato tutto sulla maternità di Maria che dopo il suo “SI” ha permesso che nel suo casto grembo avesse luogo l’incarnazione di quel sublime “Frutto” esaltato dalla croce contornata di stelle, posta al centro della cupola: Cristo! Maria era predestinata, rimanendo vergine, a partorire l’unigenito Figlio di Dio, (la presenza dell’acanto nel mosaico simboleggia la castità e verginità di Lei), si spiega così il perché del pennacchio differente. Il committente, a nostro parere, lo ha voluto distinguere dagli altri tre, il cui simbolismo è valido per Eva e per tutte le donne, serbando questo solo per Maria, non perché in Lei non ci fosse stata la placenta, ma perché al suo posto egli ha voluto inserire il fiore di acanto (o la colomba), i grappoli d’uva e le pere, il cui significato è stato descritto prima.

A chi, dopo la lettura di questa nostra ipotesi che abbiamo definito “originale e ardimentosa”, ne rimarrà turbato, noi chiediamo venia, così anche ci scusiamo se, nella nostra esposizione, abbiamo sconfinato in campi che non ci competono.

       Casarano, 11 gennaio 2021                  Rocco Severino De Micheli e Fabio Cavallo