Caporalato, lavoratori-schiavi piaga non solo del Mezzogiorno

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Caporalato (foto d’archivio)

Nonostante il Decreto legge n. 138/11 ne abbia declamato la natura di illecito penale e la Legge n. 199/16 (cosiddetta “legge Martina”, dal nome del suo primo firmatario ex ministro delle Politiche agricole e forestali Maurizio Martina) ne abbia inasprito il quadro sanzionatorio, neppure sminuito appare ad oggi in Puglia il ricorso al “caporalato”, la pratica illecita di reclutamento di braccianti che, quasi sempre collegata ad associazioni malavitose, viene perseguita non soltanto nel Mezzogiorno d’Italia.

Pescando soprattutto tra gli immigrati in particolar modo extracomunitari, nelle regioni del Sud Italia il caporalato vige in particolar modo nel settore ortofrutticolo mentre in quelle settentrionali nel campo dell’edilizia; l’analisi geografica del fenomeno riferisce che al nord dell’Italia esso è diffuso soprattutto in Toscana, Emilia Romagna, Piemonte e Lombardia, mentre al Sud in Puglia e in Calabria.

Come detto, il caporalato è una forma illecita di ingaggio e di organizzazione di manodopera giornaliera o al più settimanale che, effettuata tramite intermediari detti “caporali”, viene perseguita con l’intento di favorire l’imprenditore, quindi senza rispettare le  regole di assunzione del lavoratore e, tantomeno, i suoi diritti: nel pieno dispregio della legge, al bracciante viene corrisposto un salario inferiore di circa il 50% rispetto a quello previsto nei contratti nazionali e provinciali, e per le donne c’è un’ulteriore decurtazione che lo riduce al 20% circa di quello dell’uomo.

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L’importo del salario, la cui entità viene ovviamente fissata dal solo caporale, è stabilito tenendo conto del percorso per giungere sul luogo di lavoro e dei forniti beni di prima necessità, come una bottiglietta d’acqua, un panino o un frutto: eclatante esempio di tale modus operandi è il caso accertato la scorsa estate nel barese, ove sulla già misera paga di € 2,50 l’ora il caporale tratteneva ben € 2,00. Pure è stato accertato che, nel caso di lavoratori migranti, viene esatta una tangente (tra gli € 7.000 ed € 10.000) per l’ingresso sul territorio.

Considerato tutto ciò, è incontestabile che la pratica del caporalato concretizzi una forma di sfruttamento di manodopera a basso costo che vede i lavoratori, un tempo connazionali ma oggi soprattutto immigrati, vivere in condizioni di vita e di lavoro degradanti e riprovevoli.

La regione Puglia purtroppo non si sottrae a tale triste fenomeno e, tra le province pugliesi, un posto di primaria rilevanza spetta a Foggia, coi suoi ben 550.000 ettari di terreno agricolo. Tuttavia, considerato che secondo l’ultimo “Rapporto agromafie e capolarato” dell’Osservatorio Placido Rizzotto Flai Cgil la percentuale delle aziende italiane che ricorrono al capolarato è di circa il 25% del totale, quindi almeno 30.000, non può negarsi che il fenomeno rivesta rilevanza nazionale.

Va comunque sottolineato che, anche in considerazione della larga diffusione del fenomeno sul territorio con lavoratori rumeni, marocchini, ucraini ed indiani, a Salerno lo scorso 9 giugno le locali sezioni della Cgil  (Confederazione generale italiana del lavoro) e della Flai (il sindacato di categoria dei lavoratori agricoli e dell’industria di trasformazione alimentare)  hanno tenuto l’iniziativa pubblica “Lavoro nero e capolarato in agricoltura”, tesa a contrastare il ricorso a tale pratica illecita di sfruttamento di braccianti nel settore agricolo.

In quell’occasione sono state avanzate alcune proposte innovative a contrasto del fenomeno: tali proposte, incentrate sulla sottoscrizione di un protocollo d’intesa con la Prefettura, corrispondono all’istituzione di un collocamento pubblico dei lavoratori agricoli, alla trattativa concernente il loro trasporto, all’intensificazione dell’azione repressiva, alla creazione di un’etichetta a garanzia di condizioni di lavoro adeguate e all’accelerazione della procedura tesa al riconoscimento dello status di rifugiato.

Valeria Leopizzi – Alezio

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