Bello lo Stato quando fa lo Stato. E mette le cose a posto anche in contesti dati per persi

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Nei giorni scorsi è cominciato lo sgombero di case popolari occupate abusivamente prima che fossero assegnate ai legittimi destinatari. Storie vecchie e indecenti, che rimandano indietro di molti anni, sviluppatesi tra distrazioni vere o presunte, lettere-denuncia lasciate ingiallire, diritti calpestati dei senza casa in graduatoria, pavidità varie intessute col malaffare ben organizzato e determinato.

La prima abitazione è stata sgomberata; era addirittura diventata la casa, pensate un po’, di un affiliato ad una associazione criminale. Nel rione di Lecce interessato sono arrivati polizia, carabinieri, vigili urbani, personale del Comune, di Arca Sud (ex Istituto autonomo case popolari) e della Prefettura. Tutto è filato liscio, anche se nessuno si nasconde che in altre situazioni critiche non sarà così.

Case occupate abusivamente e merce di scambio

E’ solo il primo di una serie di interventi in programma, stilato in Prefettura col contributo dei massimi rappresentanti delle forze dell’ordine e della magistratura, oltre che delle Istituzioni. La cacciata degli abitanti illegittimi da Lecce passerà presto a Nardò (che ha più casi del capoluogo), Casarano e – in base alla classifica per numero di casi di questa grave ingiustizia sociale –  Salice, Galatina, Gallipoli, Ugento, Monteroni, San Cesario, Cavallino, Parabita, Tricase, Tuglie, paesi tutti con dieci o più situazione del genere. In tutta la provincia i casi da regolarizzare, secondo legge e diritti, sono 405, un esercito di oltre mille persone (facendo una media) vissute in alloggi che non erano i loro, a gratis. Fatta eccezione ovviamente per le situazioni di vero precariato sociale.

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Cambia lo scenario ma sempre di precariato si tratta. Quest’anno la vandea schiavistica che è ancora negli occhi di tanti, di braccianti agricoli itineranti – in tutta Italia, a seconda delle stagioni e dei periodi di raccolta – non si è ripetuta. Persone per terra a dormire su improbabili giacigli, riparati in vecchie case semicrollate, a fare i propri bisogni in improvvisati luoghi a perdere, in mano ai caporali per ogni cosa, dalla paga irrisoria alla fornitura di medicinali, non se ne sono viste più o almeno non come in passato.

I braccianti dell’Arneo tolti dalle grinfie dei caporali

Le riunioni in Prefettura non si contano più. Intorno al tavolo, Regione, Comune di Nardò, sindacati, investigatori di polizia e carabinieri, associazioni umanitarie (Misericordie di Puglia, Caritas diocesana). Ma alla fine i diversi interlocutori, ognuno col proprio campo di azione, si sono intesi ed hanno cooperato alla grande, in maniera efficace ed efficiente.

Agli affitta-uomini – come nel caso degli affitta-case in un mercato in mano alla mala – è stato tolto un potere dopo l’altro: gli alloggi con la Foresteria ora smontata; il trasporto da e per il campo di lavoro; i controlli dei movimenti dei caporali sempre più indispettiti; la certezza di manodopera con regolari contratti di lavoro; la cucina per la cottura dei cibi.

Pezzi dello Stato che agiscono all’unisono

Con una convergenza di impegni, coordinati e corretti, anche qui le brutali situazioni consuete diversi anni fa non si sono ripetute. Anche se, bisogna dire, che anche allora vi erano state attenzioni generose verso i lavoratori della terra, per lo più extracomunitari. Ma si trattava di assistenza episodica e con risorse limitate che, al massimo, avevano potuto risolvere qualche disservizio. Portando con sé tanta frustrazione e rabbia.

Anche su questo palcoscenico di quart’ordine sono saliti gli “attori” chiamati, invocati, attesi. Anche qui i vari pezzi di uno Stato civile hanno fatto ciò per cui sono stati istituiti. Reinsediando in luoghi fino a poco fa – o per alcuni ambiti ancora oggi – off limits.

E i cittadini che notano, apprezzano, si rincuorano, applaudono. Un po’ storditi. Perché se c’è ancora speranza in una convivenza civile, con le regole valide per tutti, poi però non si capisce perché le cose vadano come devono andare così raramente. E lo Stato, il mio Stato, si faccia vedere notare per la lontananza, l’indifferenza tante volte.

Però, quando fa lo Stato, il nostro Stato ci piace. Non è così?

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