Al direttore di Piazzasalento
Auschwitz
Si raggela il cuore
a queste nude baracche
dal vento sferzate
di questo eterno inverno
a scontare colpe mai commesse.
S’inceppa il pensiero
a questi desolanti blocchi
da filo spinato cinti
come il capo di Cristo
mai deposto da croce.
Rinsecchisce la parola
superflua dinanzi alle parole
di ferro scolpite in cima
al cancello che al campo porta
togliendo ogni speranza.
Arbeit macht frei
Il lavoro rende liberi.
Liberi di perdere identità,
dignità, umanità,
Per divenire numeri
a fuoco marchiati,
materia inerte e cavie
senza più anima nè storia.
Liberi di essere offesi,
umiliati, torturati, annientati.
Liberi di dissolversi
in fumo per i camini
e in cenere per i campi
Auschwitz, Birkenau, Monowitz,
meglio Oswiecim, Brzezinka, Monowice, BergenBelsen, Buchenwald, Belzèc, Dachau, Nevengamme, Jasenovac, Chelmno, Treblinka,
Varsavia, Risiera di San Sabba…
Campi di detenzione,
di lavoro, di sterminio.
Semplicemente campi di morte.
Resta lo sguardo
non più di spettatore curioso
ma di colpo nella storia immerso
di treni che lì sbuffando
lunga corsa finivano
stracarichi di umanità disumanizzata
che in fretta scaricavano
mai paghi di tornare a ricaricare.
pietra si fa lo sguardo
sbarrato su bocche di forni
ancora spalancate,
su cumuli enormi
di capelli, di occhiali, di valigie
che d’improvviso riprendono anima,
rivivono, raccontano storie sei milioni di storie.
Anna Frank, Massimiliano Kolbe,
Istvan Farkas, Gertrud Kolmar,
Riccardo Pacifici, Mario Finzi,
Elie Wiesel, Elisa Springer,
Primo Levi, Nedo Fiano,
Liliana Segre, Piero Terra- cina,
Sami Modiano…
Uno dopo l’altro
hanno varcato quel cancello
e tanti altri simili cancelli.
Artisti, magistrati, religiosi,
gente comune.
Semplicemente uomini.
Esco dal campo
macigno sul cuore
graffiante esperienza.
S’affaccia da nubi spesse
il sole
rinata coscienza.

Vincenzo Prete – Gallipoli

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